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Archivio per febbraio 2010

L’acqua è cosa nostra e deve restare pubblica.

28 febbraio 2010 Commenti chiusi

L’acqua pubblica nell’urna

di Andrea Palladino

Cento anni ha compiuto ieri Acea. Era l’epoca del sindaco Nathan, ebreo di origine inglese, laico e antipapalino. Fu lui a volere una grande azienda pubblica per la gestione dell’acqua e dell’elettricità nella capitale d’Italia. Ieri, a dieci anni dalla creazione della Spa quotata in borsa, Ratzinger ha ricevuto in udienza i dirigenti di Acea, pronti a fare il grande salto definitivo verso la completa privatizzazione. La via era stata aperta dalla coppia Rutelli-Lanzillotta nel 1999, ed oggi viene completata da Alemanno e dal decreto Ronchi sulla privatizzazione dell’acqua, approvato dal governo Berlusconi alla fine dello scorso anno. Il sindaco di Roma ha dato il suo placet politico, annunciando la cessione di buona parte di quel 51% ancora pubblico.
Benedetto XVI ha evitato accuratamente di parlare di acqua pubblica, mantenendosi molto vago su cosa significhi la gestione privata dei beni comuni. Altri tempi rispetto alla Roma di Nathan. E ben altra chiesa rispetto a quella fuori dalle mura vaticane, che con la voce di padre Alex Zanotelli gridava «maledetti voi» verso chi ha votato per la cessione ai privati delle risorse idriche.
Parodossalmente è lo stesso silenzio del papa a far capire che la partita sulla privatizzazione dell’acqua è però tutt’altro che chiusa. Il Forum italiano dei movimenti per l’acqua sta avviando due iniziative nazionali, raccogliendo l’adesione ampia di interi pezzi della società civile, dal mondo cattolico legato al sociale, fino alle principali associazioni ambientaliste e a parti importanti del sindacato. Un fronte largo, senza i partiti, che entreranno solo con adesioni, per sottolineare l’assoluta trasversalità dei beni comuni.
La prima tappa sarà la manifestazione nazionale del 20 marzo a Roma, una settimana prima del voto, proprio per ricordare come necessariamente la politica debba confrontarsi con i movimenti per l’acqua pubblica. Un mese dopo, in aprile, partirà la raccolta delle firme per il referendum, che non si limiterà all’abrogazione di quella parte del decreto Ronchi che impone la cessione ai privati della gestione delle risorse idriche. Sarà una vera e propria consultazione popolare su un tema chiaro e decisivo: gestione pubblica per tutti i servizi idrici o mantenimento dell’attuale legislazione, con l’apertura al capitale speculativo degli acquedotti. Un si alla ripubblicizzazione, unica strada divenuta oramai percorribile.
Sarà sul referendum che si convoglierà, nei prossimi mesi, il dibattito che va avanti da almeno quattro anni in Italia sul sistema idrico, sui fallimenti delle gestioni private e miste pubblico-private, sugli investimenti che i privati non hanno fatto e che mai faranno, sulla qualità dell’acqua che è peggiorata, con punte allarmanti.
Di certo la questione non è finita con l’approvazione del decreto Ronchi. Il tema della gestione dell’acqua sta entrando prepotentemente nelle prossime elezioni regionali. Prima la Puglia di Vendola, che con coraggio ha approvato una legge d’indirizzo, con l’obiettivo di chiudere la gestione della Spa degli acquedotti pugliesi per arrivare ad un vero sistema pubblico, blindato rispetto ai tanti appetiti speculativi. Poi la regione Lazio, dove in almeno tre province – Roma, Latina e Frosinone – la gestione è di fatto già privatizzata. E in questo caso il nodo centrale è Acea, primo gestore idrico italiano. Ieri Renata Polverini ha chiarito la sua posizione, spiegando che «si tratta di privatizzare il servizio» va tutto bene. Che è poi il contenuto della legge approvata dal centrodestra. Ha così rassicurato il suo scudiero in terra pontina Claudio Fazzone – presidente di Acqualatina – e il suo alleato Udc, molto vicino, come è noto, agli interessi di Caltagirone, principale socio privato italiano di Acea.

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Le telecamere di TG2 Dossier sul fusto spiaggiato

27 febbraio 2010 Commenti chiusi

Foto Pino Posteraro - Comitato De Grazia

Amantea 27 febbraio 2010 – Anche le telecamere di TG2 Dossier riprendono il fusto spiaggiato ad Amantea. Gli operatori della Rai al seguito del giornalista Placido Donati, che cura i servizi di approfondimento del Telegiornale di Rai2, sono stati inviati in città, nei giorni scorsi, per occuparsi dell’inquinamento nella valle del fiume Oliva. Venerdì 26 febbraio, raccogliendo le testimonianze dei cittadini, per capire il grado di percezione del pericolo per la salute da parte della cittadinanza, sono venuti a conoscenza della segnalazione del comitato De Grazia sulla presenza di un fusto sulla spiaggia di Amantea e si sono recati sul posto per documentare l’accaduto.

Si tratterebbe – almeno in apparenza, per quanto riportato sull’etichetta presente sul fusto – di lubrificante per motori diesel. E’, purtroppo, consuetudine che le navi utilizzino i lubrificanti per le macchine e buttino poi i bidoni in mare, riempiendo i fondali di fusti che il mare, quando si agita, rispedisce a riva insieme ad altri rifiuti. Infatti intorno al fusto oltre ai consueti tronchetti di legno e le pietre pomice, vi erano scaldabagni arrugginiti, copertoni di camion e altri tipi di spazzatura.

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Fusto spiaggiato ad Amantea

26 febbraio 2010 Commenti chiusi

Su segnalazione di alcuni cittadini, gli attivisti del comitato civico Natale De Grazia si sono recati sulla spiaggia di Amantea nei pressi dell’ultimo tratto, lato nord, del Lungomare (dedicato a Natale De Grazia dal 24 ottobre 2009), dove è stato rinvenuto un fusto metallico in cattive condizioni, presumibilmente contenente lubrificanti o carburante, in prossimità di un lido turistico chiuso durante la stagione invernale.

Il fusto che reca il marchio della nota società petrolifera IP e che riporta ben visibile l’etichetta con i codici che identificano il materiale contenuto, è stato spiaggiato dai marosi degli ultimi giorni sull’arenile della cittadina tirrenica, tristemente nota per la presenza sul suo territorio della “Valle dei veleni” una zona inquinata da sostanze pericolose non prodotte in Calabria ma qui smaltite illegalmente.

Il comitato ha allertato la Capitaneria di porto chiedendo che il fusto venga recuperato e il suo contenuto analizzato e che i risultati delle analisi vengano successivamente resi pubblici e comunicati ai rappresentanti del Comitato.


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“Bandiera Nera. Le navi dei veleni”. Da leggere

26 febbraio 2010 Commenti chiusi

Il libro inchiesta di Andrea Palladino

Si parte dal primo viaggio del giornalista ad Amantea, in Calabria, nell’autunno del 2009, per ripercorrere a ritroso, in modo ben documentato, la sua spinosa inchiesta sul traffico di rifiuti internazionale in cui sono stati (o lo sono ancora?) coinvolti i Governi italiani, tanto da far guadagnare, negli anni ’80 all’Italia, l’appellativo di Stato Canaglia perché cercava di smaltire in paesi del cosiddetto Terzo mondo i rifiuti pericolosi prodotti dall’industria italiana e non solo…

Un punto di vista, originale, diverso e vorosimile, ampiamente documentato, per guardare con gli occhi di chi lavora sul campo la vicenda delle “navi a perdere” ed in particolare il caso “Cetraro”.

Una nave avvelenata che riappare sul fondo del Mediterraneo, come un fantasma che riprende corpo. Mappe, coordinate, rotte invisibili, registri navali ritoccati, per nascondere il peggiore traffico del nostro paese. Una lista di 140 grandi marche, il gotha della chimica e dell’industria farmaceutica, pronte ad usare faccendieri e trafficanti d’armi per disfarsi delle scorie tossiche e radioattive. Dietro la scoperta del relitto della nave da cargo Cunski, al largo di Cetraro, sulla costa della Calabria, si cela un network di mediatori con complicità ai più alti livelli, che per almeno un decennio ha garantito al sistema industriale europeo uno smaltimento economico – e criminale – dei rifiuti tossici. A distanza di anni i fusti fatti sparire nei mari del Mediterraneo, sulle coste africane, nelle migliaia di discariche abusive sparse nel nostro paese iniziano a riapparire, a rilasciare lentamente i loro veleni. E le città delle coste calabresi contano – in silenzio –i morti per tumore, avvelenati dal Cesio 137, dai metalli pesanti e da tutte quelle scorie che n’drangheta, faccendieri e pezzi dello stato hanno nascosto per anni.

Prefazione
Massimo Carlotto

Chi legge Bandiera Nera di Andrea Palladino “dopo” non può più affermare di non essere sufficientemente informato. Questo libro, tra saggio e inchiesta giornalistica, caratterizzato da una scrittura potente e incisiva, spazza via la certosina campagna di disinformazione che, da anni, sta condizionando l’opinione pubblica italiana su quell’intricato ma efficientissimo sistema criminale che si occupa dello smaltimento illegale dei rifiuti tossici. Palladino non “suggerisce”, non si limita a seminare dubbi su traballanti verità ufficiali ma da vero giornalista investigativo ricostruisce verità e realtà basandosi su fatti solidi e inoppugnabili. Non siamo più abituati a questo tipo di informazione e leggere Bandiera nera è una boccata d’ossigeno in questa Italia dove tutto è gossip e sai che quando un ministro si presenta a una conferenza stampa non è certo per dire la verità. Palladino sgombra il campo da tutte le balle che ci hanno propinato anche recentemente con la vicenda del relitto al largo di Cetraro, l’affare Cunski e le rivelazioni del pentito Francesco Fonti. E mette in evidenza quella che è la verità più scomoda da digerire e cioè che in Italia “c’è un ciclo dei rifiuti eternamente irrisolto, con le scorie industriali che avvelenano sistematicamente le nostre terre e i nostri mari da un tempo immemorabile. Basta fare due conti, accostando la quantità di rifiuti industriali prodotti con il numero delle tonnellate legalmente smaltite per capire come il ciclo criminale dei veleni sia qualcosa di sistematico. Solo per questo il potere centrale è sicuramente colluso. Non solo singoli deputati o ministri – di ogni parte politica e di ogni legislatura – ma l’intero sistema politico permette che la gestione dei rifiuti sia saldamente in mano a una rete inattaccabile fatta dall’industria, dai mediatori e dalla criminalità organizzata”.
Di ogni parte politica. Già proprio così. Le pagine sulla rossa Toscana fanno male più di un cazzotto sui denti. E con la Campania non andiamo meglio.
Un “sistema”, quindi, che si modifica a seconda delle esigenze e Bandiera Nera spiega perché dopo le navi dei veleni sono arrivati i casalesi. Questo è un libro davvero importante perché fornisce tutti gli strumenti per capire quello che sta accadendo oggi intorno alle scelte scellerate in termini di termovalorizzatori e discariche. Ovunque spuntano comitati che si battono per impedire che tecnologie obsolete, pagate a carissimo prezzo, ci avvelenino con i loro fumi, ma se non si conosce tutto quello che è accaduto da sempre in questo Paese non si comprende la necessità di articolare un progetto politico a livello nazionale per mettere la parola fine a questa immane tragedia.
Menzogne. Ci hanno sempre sommerso di menzogne eppure le scorie uccidono. Qui e nei paesi più poveri del mondo che sono diventati la discarica del nostro benessere. Ma le menzogne si sono sempre avvalse di importanti, e profumatamente pagati, pareri “scientifici”. È impressionante come Palladino sveli il diabolico intreccio di complicità che regge l’affare “veleni”.
Bandiera Nera lascia il segno. Spero che lo leggano in tanti, tantissimi e che lo adottino nelle scuole dato che è un validissimo esempio, anche dal punto di vista narrativo, di come si può ancora fare in Italia informazione di qualità.

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NAVI A PERDERE, UN INTRIGO INTERNAZIONALE

26 febbraio 2010 Commenti chiusi

NAVI A PERDERE, UN INTRIGO INTERNAZIONALE

Cosa si nasconde dietro il mancato ritrovamento della Cunsky? Un network globale di mafiosi, mediatori, grandi aziende e governi conniventi. Un’anticipazione di «Bandiera nera», in libreria per Manifestolibri

di Andrea PALLADINO

Se il relitto in fondo al mare di Cetraro non è la Cunski, occorre domandarsi se gli eventi che hanno portato al suo ritrovamento siano casuali o meno. Non è dietrologia, non è complottismo: troppi dettagli, in realtà, non tornano e formano un quadro che deve essere visto nel suo insieme. Francesco Fonti ha elencato tre navi affondate – secondo lui – nel 1992, con diversi carichi di rifiuti tossici: la Cunski, la Yvonne A e la Voriais Sparadis. Tre navi che nel 1992 si chiamavano rispettivamente Shahinaz, Adriatico I e Glory Land. Anzi, l’ultima della lista (l’ex Voriais Sporadis), dopo essere stata rinominata Glory Land, è affondata nel mar della Cina il 20 gennaio del 1990. Si è dunque sbagliato Francesco Fonti? La sua dichiarazione va analizzata meglio.
L’unico anno in cui le tre navi hanno – esattamente e nello stesso momento – il nome riportato da Fonti è il 1988. I vascelli cambiano nome molto spesso, soprattutto quando passano da una società ad un’altra. Le tre imbarcazioni che sarebbero state affondate dalla ‘ndrangheta al largo delle coste calabresi hanno in realtà un elemento in comune: insieme alla Jolly Rosso – altra incredibile coincidenza – furono utilizzate tra il 1988 e il 1989 per una gigantesca operazione di trasferimento di rifiuti tossici da Beirut verso l’Italia. Ed è un periodo cruciale nella storia degli infiniti traffici criminali di rifiuti. È l’apice del traffico internazionale di scorie tossiche che parte dall’Italia per arrivare – dopo rotte tortuose e avventurose – sulle spiagge dei paesi più poveri e quindi più ricattabili economicamente.
Nel 1988 in Libano le autorità ricevono una denuncia di un enorme carico di rifiuti tossici venuti dall’Italia un anno prima. Fu considerato il principale scandalo ambientale degli anni ’80, tanto da servire come stimolo per la definizione della convenzione di Basilea del 1989 che proibisce l’esportazione incontrollata dei rifiuti. Il carico, che era stato organizzato dalla società di Opera, vicino Milano, la Jelly Wax, diretta all’epoca da Renato Pent, era composto – secondo un report di Greenpeace dell’11 maggio 1995 – da 15.800 barili e 20 container, con pesticidi, esplosivi, solventi, farmaci scaduti e metalli pesanti. La Jelly Wax era una vera esperta in questo tipo di affari ed aveva organizzato nello stesso anno il viaggio della Lynx, facendo da intermediario con decine di industrie chimiche del nord Italia. Un modo per ridurre oltremodo i costi di smaltimento, spedendo carichi pericolosi verso paesi che si pensava li accettassero senza andare per il sottile.
L’operazione libanese del 1988 in realtà non andò in porto. Il governo italiano venne chiamato dalle autorità locali e di fatto costretto a riprendersi il carico indesiderato. Il 23 agosto arriva a Beirut una delegazione di esperti, guidata da Cesarina Ferruzzi – rappresentante all’epoca della società Mont.eco del gruppo Montedison, ed oggi presidente della Anida, associazione di Confindustria delle imprese di servizi ambientali e arrestata il 20 ottobre 2009 insieme all’imprenditore Giuseppe Grossi dalla Procura di Milano per lo scandalo della bonifica di Santa Giulia – per organizzare il viaggio di ritorno delle scorie portate in Libano. Dopo pochi giorni attracca nel porto di Beirut «il mercantile jugoslavo Cunski – raccontò ai giornalisti Cesarina Ferruzzi – con a bordo materiali e attrezzature per la bonifica». Fu dunque la Cunski una delle navi coinvolte ufficialmente nel recupero delle scorie.
Nel recupero, però, risultarono utilizzate anche altre navi, secondo gli studi effettuati da Greenpeace: la Jolly Rosso – poi arenatasi al largo di Amantea – e le altre due navi citate dal collaboratore Francesco Fonti, la Voriais Sporadis e la Yvonne. Le accuse di Greenpeace vennero smentite dal governo italiano nel 1995. Per l’allora ambasciatore italiano Carlo Calia, l’unica nave coinvolta era la Jolly Rosso. Ma sembrano oggi esistere altri indizi che rafforzerebbero l’ipotesi del coinvolgimento delle altre navi. Un documento dell’assemblea generale delle Nazioni unite del 18 luglio 1989 riporta, ad esempio, una denuncia venuta dalle autorità egiziane sull’affondamento della nave “Yvon” nel mediterraneo, dopo aver lasciato il porto libanese con un carico di rifiuti. Lo stesso coinvolgimento della Cunski nell’operazione di bonifica era stato affermato – come già detto – dagli esperti italiani giunti a Beirut nell’agosto del 1988. Francesco Fonti poteva conoscere i dettagli di questa storia? Ha forse usato i nomi di queste tre navi per mandare un messaggio che potesse essere capito da qualcuno? O, ancora una volta, è solo un caso? Per una serie di fortunate coincidenze la storia di Cetraro si sposta però nel Libano della guerra civile. Tra rotte dei veleni e affari lucrosi.
La pista libanese
Il 18 febbraio del 1988 un rappresentante della società milanese Ecolife si presenta davanti al console del Libano in Italia. Ha un documento in mano, una pratica banale di autenticazione di un contratto firmato dalla società di Beirut Adonis Productions Engineering. Il console guarda il documento e l’occhio gli cade sull’indirizzo: gli uffici della società si trovano in una zona della capitale distrutta dalla guerra civile. Osserva allora meglio le carte che l’avvocato della Ecolife gli messo sul tavolo: il simbolo del paese dei cedri – come è chiamato il Libano – è palesemente falso. Al posto dell’albero profumato c’è il disegno di un comune pino… Leggendo, poi, il contratto il console si accorge che è pieno di errori di ortografia e di grammatica. Insomma, è un falso clamoroso, un guazzabuglio che sembra uscito da un gruppo di falsari alla Totò e Peppino.
Il console libanese chiama da Milano il ministero degli affari esteri del paese dei cedri. Vuole capire meglio cosa stia accadendo, visto che quel contratto palesemente falso parla di rifiuti. A Beirut il governo inizia a ricostruire la complessa vicenda.
Il 21 settembre 1987 una nave cecoslovacca, la Radhost, era sbarcata nel porto di Beirut, scaricando 15.800 fusti e 20 containers. Ufficialmente si trattava di materiale sfuso per usi agricoli e industriali. Il controllo in dogana fu molto rapido e sommario e il contenuto fu subito trasferito in località segrete. Tutta la procedura era stata seguita da Roger Michel Haddad, funzionario della Arman Nassar Shipping, la compagnia che si celava dietro la Adonis del pino fatto passare per un cedro a Milano.I barili, una volta giunti nei piccoli paesi nei pressi di Beirut, erano stati svuotati e il contenuto venduto come fertilizzante. Alcuni fusti furono ridipinti alla meno peggio, riempiti d’acqua e rivenduti a 5 dollari l’uno, avvelenando centinaia di persone.
Ci volle qualche mese per scoprire che in realtà i 15.800 fusti contenevano veleni mortali. Il carico era stato organizzato nel 1987 dalla Jelly Wax. Il broker di rifiuti nel 1987 era riuscito ad organizzare almeno due grandi carichi. Quello stivato sulla Radhost era il secondo e inizialmente era diretto in Venezuela, a Puerto Cabello, dove nel marzo del 1987 era già arrivata l’altra nave proveniente dall’Italia, la Lynx. Il porto di partenza nei due casi era Marina di Carrara.
Il 26 luglio 1988 il procuratore di stato libanese Hamdan dichiara che è avvenuto un vero e proprio disastro ambientale dopo lo sbarco del carico organizzato dalla Jelly Wax di Milano. Vengono incriminati ed arrestati sei membri dell’organizzazione che in Libano avevano accolto e autorizzato lo sbarco del carico velenoso. I magistrati chiedono anche la convocazione in Libano dei dirigenti e dei soci della Jelly Wax e della Ecolife, le due società italiane responsabili dell’esportazione. Inutile dire che nessuno si presentò.
I periti nominati dal governo di Beirut analizzarono il contenuto dei fusti che riuscirono a ritrovare, scoprendo una vera e propria galleria degli orrori: cianuri, fulmicotone, metalli pesanti, sabbie contaminate da diossina, erbicidi, cloruro di metilene e tante altre sostanze pericolosissime.
Il 15 luglio era, intanto, già intervenuto l’ambasciatore italiano a Beirut, spiegando che il governo avrebbe stanziato 3 milioni di dollari a titolo di intervento umanitario per riportare in Italia i fusti tossici. Vennero nominati da Roma sei esperti e una azienda, la Mont.eco, del gruppo Montedison, per gestire l’intera operazione di recupero.
Ed ecco entrare i campo le quattro navi che diventeranno famose qualche anno dopo, con la deposizione di Francesco Fonti e dopo uno spiaggiamento controverso ad Amantea. La prima da arrivare, il 30 giugno, è la Voriais Sparadis; la Yvonne A salpa da Limassol e arriva in Libano il 23 luglio; la Cunski parte da Chioggia il 23 agosto, annunciata dalla dichiarazione di Cesarina Ferruzzi, che lavorava all’epoca per la Mont.eco; la Jolly Rosso, infine, lascia La Spezia il 25 agosto, diretta a Beirut.
I mesi successivi saranno molto movimentati per le quattro navi dei veleni – così chiamate dopo l’intervento di recupero delle scorie tossiche – che si muoveranno nel mediterraneo. Solo la Voriais Sparadis e la Yvonne A rimarranno ferme a Beirut per circa sei mesi, mentre la Jolly Rosso riparte quasi subito, per poi far rotta, insieme alla Jolly Giallo e alla Jolly Celeste (tutte navi dell’armatore Messina), verso Beirut, dove arriveranno tra il 4 e il 7 gennaio 1989.

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In Calabria i fusti radioattivi su cui indagava Ilaria Alpi

26 febbraio 2010 Commenti chiusi

(ANSA) – ROMA, 25 FEB – La commissione d’inchiesta contro le eco-mafie e’ sulle tracce di fusti pieni di scorie radioattive, alcuni dei quali si dice provenienti dall’Enea. L’organismo parlamentare presieduto da Gaetano Pecorella andra’ cosi’ in Calabria il 10 marzo per fare una serie di sopralluoghi. ”Abbiamo avuto segnalazioni che consideriamo attendibili sui luoghi nei quali potrebbero essere nascoste queste scorie radioattive – spiega Pecorella – e cosi’ il 10 marzo andremo a fare delle verifiche in Calabria”. I fusti radioattivi di cui e’ arrivata segnalazione in commissione sarebbero una parte di quelli di cui si e’ parlato)a lungo nelle indagini sul caso di Ilaria Alpi. ”Una parte di queste sostanze radioattive – spiega Pecorella sulle cui tracce sarebbe stata anche la giornalista Ilaria Alpi, sarebbe stata sepolta in Italia, mentre un’altra parte in Somalia”. La ‘parte’ italiana, secondo le informazioni di cui e’ in possesso la commissione, sarebbe stata nascosta in Calabria.(ANSA

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GAIA INTERNATIONAL FESTIVAL. Iniziano i preparativi

23 febbraio 2010 Commenti chiusi

GAIA INTERNATIONAL FESTIVAL per rivalutare e promuovere la nostra TERRA

In programma dal 19 al 26 giugno tra Calabria e Basilicata. Questo evento, se ben organizzato, potrebbe rivalutare l’immagine delle nostre Regioni facendo conoscere le bellezze e le tradizioni della nostra terra contrastando l’immagine negativa che, talvolta, prevale nei notiziari e nelle cronache.

Mentre i Carri allegorici del Carnevale sfilavano per le vie principali della città, domenica 21 febbraio nel palazzo delle Clarisse, nel centro storico di Amantea (CS), alcune decine di attivisti provenienti da tutto il Tirreno cosentino si incontravano per iniziare a programmare gli eventi che daranno vita al primo Gaia International Festival.

GAIA è un incontro internazionale di cittadini che si uniscono per affrontare i problemi ecologici che stanno colpendo il nostro Mare e la nostra Terra. Questo evento comprenderà dibattiti, workshop, relatori, musica, arte, cinema e teatro. Tutto si realizzerà dal 19 al 26 giugno 2010, per una settimana, e avrà luogo lungo la costa e per le montagne da Maratea in Basilicata ad Amantea in Calabria. Saranno presenti delegazioni da tutti i Paesi che affacciano sul Mediterraneo, e da tutto il mondo.

(An International Gathering of citizens coming together to address the ecological problems affecting our Sea and Earth. This event will include discussions, workshops, speakers, music, art, film and theatre. It will take place for one week in June of 2010 from the 19th to the 26th of June. It will be located on the coast and in the mountains stretching from Maratea in the region of Basilicata to Amantea in Calabria. We are inviting delegations from all the countries that border the Mediterranean Sea as well as delegations from all over the world.)

Il Comitato civico “Gaia International”, composto da cittadini in prevalenza residenti sul Tirreno Cosentino, nato in seguito all’onta della scoperta delle “navi dei veleni”, intende dimostrare come la Calabria ed il Sud in genere possano risollevarsi grazie all’impegno attivo dei suoi cittadini, facendo scoprire canali partecipativi della vita sociale, fino ad ora non molto esplorati, che prospettano una società a sviluppo sostenibile e a misura d’uomo.

Il comitato sta organizzando l’evento “Gaia International Festival”, che durerà una settimana, dal 19 al 26 giugno 2010, ed avrà come scenario i paesi che vanno da Amantea (CS) a Maratea. L’evento sarà composto da sette giornate, in cui si effettueranno escursioni nei vari paesi, alla scoperta della propria storia passata e presente con lo sguardo rivolto al futuro.
Saranno organizzati mostre artistiche, installazioni video, dibattiti su tematiche ambientali (fonti di energie rinnovabili, inquinamento dei mari, energia nucleare e simili), socio-economiche, sviluppo sostenibile, spettacoli teatrali, cine-forum, concerti musicali, manifestazioni ludiche, concorsi per film e video.

Il festival, già attraverso le pagine internet create, sta ricevendo numerosi consensi e adesioni da tutto il mondo, in particolare dagli Stati Uniti, dove abbiamo alcuni collaboratori, e da diversi Paesi del Mediterraneo.

Un’ottimale organizzazione di questo evento permetterebbe una rivalutazione ed una grande occasione per far conoscere la nostra terra, contrastando l’immagine negativa che talvolta prevale nei notiziari e nelle cronache.

Per saperne di più:

http://www.facebook.com/home.php?#/event.php?eid=194286141117&ref=ts;

http://teka.over-blog.it/article-gaia-international-festival-for-the-future-of-the-sea-and-the-earth-41279422-comments.html;

http://www.myspace.com/laterratrema2010;

-http://www.facebook.com/photo.php?pid=863850&id=1353721614#/notes/michael-leonardi/gaia-international-festival-a-manifesto-in-italian-translations-coming-soon-with/229227883363.

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Dietro le navi dei veleni L’ombra lunga dei servizi segreti

20 febbraio 2010 Commenti chiusi

Dietro le navi dei veleni l’ombra lunga dei servizi segreti

sabato, febbraio 20th, 2010

di Vincenzo Mulé

Fonte: http://www.gliitaliani.it/?p=564

Proseguono le audizioni in Commissione rifiuti: in tutte emerge la costante presenza di pezzi deviati dello Stato. Erano a conoscenza degli affondamenti, scendevano a patti con la ‘ndrangheta e ostacolavano le indagini

Un nome. Uno soltanto. Dietro il quale si nasconde la verità sulle navi dei veleni, i relitti carichi di rifiuti che, secondo ormai numerose testimonianze, sarebbero stati affondati tra gli anni Ottanta e Novanta nel Mediterraneo. Al nominativo, però, forse non si arriverà mai. Per colpa di una carenza del nostro ordinamento legislativo, che non prevede per chi commercia rifiuti l’iscrizione a un albo professionale. «Anche se un giorno trovassimo la pistola fumante – spiega Camillo Piazza, nella precedente legislatura vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti – sarebbe impossibile risalire ai produttori di rifiuti. In quegli anni, poi, era prassi che le grandi imprese costituissero società ad hoc per mettere in commercio i rifiuti. Società che potevano morire anche il giorno dopo aver ultimato il lavoro. Bastava un cambio di bolla, e il rifiuto rinasceva. Dal nulla».

In una recente interrogazione parlamentare, Elisabetta Zamparutti, deputata radicale del Pd, riprendendo i dati pubblicati nel rapporto Ecomafie, ha sottolineato come ogni anno in Italia circa 31 milioni di tonnellate di rifiuti sfuggono alla gestione del recupero o dello smaltimento. «Più passa il tempo e più mi convinco che la vicenda sia composta da più filoni». Raggiunto telefonicamente dopo una giornata passata ad ascoltare testimonianze, Alessandro Bratti, componente dell’attuale commissione Ecomafie, sottolinea come nella vicenda «stia progressivamente emergendo il ruolo dei servizi segreti. Il problema è avere riscontri concreti ». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Gaetano Pecorella, presidente della commissione, secondo il quale «oltre a quella ormai appurata della criminalità organizzata starebbe emergendo anche l’interferenza da parte dei servizi».

Nel corso della sua audizione Rino Martini, ex colonnello del Corpo forestale dello Stato, ha raccontato di quando si trovava, per un incontro sulla questione, in un ristorante chiuso al pubblico. «A un certo punto – ha detto – sono arrivate due persone a bordo di un’auto che è poi risultata essere dei servizi segreti». Episodi già raccontati, anche con maggiore dovizia di particolari, lo scorso 20 gennaio dal procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Brescia, Nicola Maria Pace sentito dalla stessa Commissione. I due, all’epoca, insieme con il procuratore Neri, collaboravano nelle indagini sulle navi affondate. Pace, in qualità di procuratore di Matera: «Per sviare gli antagonisti con Neri decidiamo di vederci non a Matera o a Reggio Calabria, ma a Catanzaro e durante la trasferta, mentre personalmente non mi accorsi di niente perché nella mia macchina non avevo scorta e durante il viaggio sonnecchiavo, Neri che aveva una scorta si accorse con i suoi e verificò con i computer di bordo di essere seguito da una macchina della ’ndrangheta. Fece scattare l’allarme, mi telefonò, prendemmo direzioni diverse e riuscimmo a tornare». Il pool investigativo, poi, fu oggetto di attenzioni “particolari” anche durante una trasferta a Brescia: «Fui proprio io – continua Pace – a scoprire che qualcuno ci stava filmando da un camper parcheggiato a poca distanza dalla sede del Corpo forestale dello Stato. Proposi di perquisire il camper, ma si considerò più opportuno far finta di niente».

Seguirono i 15 giorni più inquietanti di tutta l’inchiesta: improvvisamente, il colonnello Martini, regista delle indagini e delle attività strettamente investigative, si dimette. Ma, soprattutto, muore il comandante Natale De Grazia: «Quando è giunta la notizia della morte io, Neri e altri non abbiamo avuto dubbi sul fatto che quella morte non fosse dovuta a un evento naturale. Avevo sentito De Grazia alle 10:30 di quella mattina, mi aveva detto che si sarebbe recato prima a Massa Marittima e poi a la Spezia». Nello stesso colloquio, De Grazia comunicava a Pace che lo avrebbe aspettato a Reggio Calabria per portarlo con una nave sul punto esatto. Quello dove era affondata la Rigel.

Terra

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Nasce l’osservatorio “per un Mediterraneo libero dai veleni”

18 febbraio 2010 Commenti chiusi

  • Nasce l’osservatorio “per un Mediterraneo libero dai veleni”

La società civile reclama:“Le Istituzioni si coordinino per smantellare la rete criminale”
Tra i promotori il WWF e il Comitato “Natale De Grazia”

Roma, 16 feb. 2010 - Viene presentato ufficialmente a Roma, il 16 febbraio 2010, l’Osservatorio “Per un Mediterraneo libero dai veleni” che ha evidenziato otto  filoni di intervento per dire basta ai fenomeni delle “navi dei veleni” e delle “navi a perdere”.

La società civile dice basta ai traffici illeciti internazionali di rifiuti via mare, spesso coniugati con il traffico d’armi, e chiede a Governo, Magistratura e Parlamento un impegno concorde per mettere con le spalle al muro la rete di trafficanti delle “navi dei veleni” che opera sostanzialmente impunita da 22 anni e per disinnescare la bomba ad orologeria, ai danni dell’ambiente e della salute dei cittadini, costituita dalle “navi a perdere” e dalle zone franche costiere dove sono stati affondati o seppelliti rifiuti pericolosi o radioattivi.

Sono questi i motivi che ispirano la Carta Fondante dell’OsservatorioPer un Mediterraneo libero da veleni” presentata oggi a Roma nella Sala Di Liegro del Palazzo della Provincia da un cartello di organizzazioni di categoria e di associazioni impegnate nel campo della tutela dell’ambiente e della salute, della difesa dei diritti civili e nel campo della ricerca. Il nuovo cartello rappresenta quella necessaria convergenza tra le ragioni ambientali e socio-sanitarie delle associazioni e quelle economiche rappresentate dalle organizzazioni dei pescatori: tutte egualmente interessate a contrastare chi attenta alla salute del mare.

Alla presentazione sono intervenuti i rappresentanti degli organismi  promotori:  Agci – Agrital (il presidente naz. Giampaolo Buonfiglio),Cittadinanza Attiva (la presidente naz. Teresa Petrangolini), Comitato Civico “Natale De Grazia”Greenpeace Italia (il direttore naz. Giuseppe Onufrio), Lega Pesca (il presidente naz. Ettore Ianì), Medici per l’Ambiente – ISDE (il presidente naz. Roberto Romizzi), Movimento “Ammazzateci Tutti”/Fondazione Scopelliti, Slow Food Italia (il presidente naz. Roberto Burdese), Società Chimica Italiana (il presidente della Sezione Lazio, Armando Bianco), WWF Italia (il vicepresidente naz. Raniero Maggini).

Come si, legge nella sua Carta fondante, l’Osservatorio vuole muoversi interloquendo in primo luogo con le istituzioni nazionali ma anche, se necessario, sensibilizzando quelle europee ed internazionali e vuole fornire, con azioni mirate e documentate, sostegno all’azione di indagine ed inquirente della magistratura e vuole che sia garantito il massimo della trasparenza e delle informazioni sanitarie e ambientale ai cittadini.

SONO 8 I FILONI DI INTERVENTO PROPOSTI per smantellare la rete criminale e  individuare e mettere in sicurezza o bonificare le fonti inquinanti:

1. un rapporto organico tra i tre organismi parlamentari interessati con poteri di indagine (Commissione bicamerale d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica); 2. la creazione di un coordinamento tra le Procure della Repubblica che si sono occupate e si stanno occupando dell’argomento (a cominciare da quelle di Asti, Brescia, La Spezia, Matera, Napoli, Reggio Calabria, Paola); 3. la convocazione da parte del Ministro dell’Interno di un tavolo operativo che coinvolga tutti gli organismi e i corpi delle Forze dell’ordine che abbiano svolto o possano svolgere ricerche e indagini su queste vicende (Comando generale delle Capitanerie di porto, l’Agenzia di Informazioni e Sicurezza Esterna – AISE,  la Guardia di Finanza, i Carabinieri – in particolare il Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente -) per redigere un elenco delle “navi e perdere” e fornire indicazioni per intervenire su quelle più sospette; 4. l’istituzione di una Struttura Operativa, presso il Ministero dell’Ambiente, della tutela del territorio e del mare, che faccia un censimento di tutte le indagini e le ricerche riguardanti fenomeni rilevanti di inquinamento in mare aperto, nelle acque superficiali o nei sedimenti, di sostanze pericolose o radioattive e raccolga le segnalazioni di chi opera in mare (a cominciare dai pescatori); 5. l’attivazione del Ministero della Salute e delle sue articolazioni, nonché dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), nella raccolta di informazioni/segnalazioni provenienti dalle ASL e dai medici di base; 6. la predisposizione, sulla base di una collaborazione tra il Ministero dell’ambiente ed il Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio, di azioni mirate che consentano di individuare e mettere in sicurezza o bonificare i relitti delle “navi a perdere”; 7. adeguati finanziamenti per sostenere queste indagini ed operazioni, anche usando i patrimoni sequestrati alla criminalità organizzata; 8. l’accertamento delle responsabilità penali, oltre che dei comandanti, degli armatori e dei proprietari della navi come stabilito dalla Legge sulla difesa del mare.

Nella sua Carta fondante l’Osservatorio ritiene che siano necessarie e urgenti azioni organiche per contrastare seriamente il rischio ambientale derivante da queste attività illecite, che costituisce una vera e propria “bomba ad orologeria” per l’ecosistema marino e la salute umana.

Infatti,  non è soltanto la tossicità a caratterizzare le condizioni di pericolo che derivano dal contatto con sostanze pericolose. La stabilità termodinamica e la bioaccumulabilità sono co-fattori di particolare rilievo, perché determinano tempi prolungati di interazione con l’ecosistema e soprattutto concentrazioni di sostanze tossiche potenzialmente maggiori. Il grave rischio, inoltre, dell’inquinamento delle catene alimentari, introduce un ulteriore elemento di grande preoccupazione per i possibili danni alla salute per gli abitanti di ambiti territoriali imprevedibilmente vasti, e comunque non confinati alle zone geografiche direttamente interessate.

Nella Carta fondante dell’Osservatorio si sollecita un’azione istituzionale concorde per porre fine a traffici che vedono il coinvolgimento e la connivenza di Paesi europei nei traffici illegali di rifiuti pericolosi anche radioattivi, denunciati tra l’altro anche, in una nota del 27 luglio 2004, dall’allora Ministro dei rapporti col Parlamento Carlo Giovanardi. Questa denuncia rende le omissioni e le reticenze, in primis del nostro Paese, particolarmente ingiustificate e inquietanti.

Da questo punto di vista le associazioni e le organizzazioni aderenti all’Osservatorio esprimono delle fondate perplessità sui recenti interventi delle istituzioni e nella loro Carta credono che si debba anche fare chiarezza sulle indagini e le ricerche recentemente effettuate nei tratti di mare davanti a Cetraro ed a Maratea: i risultati di queste ricerche (per come sono stati esposti dal Procuratore Nazionale Antimafia e dal Ministro dell’ambiente) sono viziati da informazioni incomplete e contraddittorie, che lasciano ancora profondi dubbi sulla volontà dello Stato di voler andare sino in fondo nell’accertamento delle responsabilità.

A circa quindici anni da quando sono emerse le prime evidenze sulle “navi  a perdere” e dopo ventidue anni dall’emergenza internazionale delle “navi dei veleni”, L’Osservatorio chiede che il nostro Paese finalmente interrompa questi traffici criminali, esercitando pienamente la propria sovranità sulle sue acque territoriali. Chiede che si  impedisca, a mare come a terra, la creazione di zone franche, dove non valgono le Leggi e le Regole condivise, utilizzate per scaricare veleni in dispregio dei diritti costituzionali dei cittadini, in primo luogo quelli relativi alla tutela della salute e dell’ambiente.


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Anche Udine si occupa delle “navi dei veleni”.

18 febbraio 2010 Commenti chiusi

Comitato De Grazia: dalla Calabria a Udine per far luce sulle “navi dei veleni”
Nella città friulana attivisti e giornalisti hanno discusso di traffici illeciti e verità taciute

Udine 13 febbraio 2010 – L’arci di Udine chiama a raccolta alcuni protagonisti della ricerca della verità sul traffico dei rifiuti in Italia in particolar modo sulle “navi dei veleni” e sul caso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Tema dell’incontro “NAVI A PERDERE – Dalla Calabria alla Somalia sulla strada di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin”, organizzato dall’ ARCI Comitato Territoriale di Udine in collaborazione con il Comune friulano, sabato 13 febbraio, ore 17.00 presso Sala Ajace del municipio.M. Chiandoni, A. Palladino

Sono Intervenuti Andrea PALLADINO (nella foto a destra insieme ad Marco Chiandoni organizzatore), giornalista de “Il Manifesto” – Roberto SCARDOVA, autore del libro “Carte False”, edizioni Ambiente – Mariangela GRITTA GRAINER, consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e Gianfranco POSA, presidente del comitato civico “Natale De Grazia”, città di Amantea, Calabria. l’incontro è stato moderato da Antonio CAIAZZA, giornalista RAI Regionale del Friuli Venezia Giulia.

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