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Archivio per marzo 2017

Inquinamento fiume Oliva, il caso in Parlamento europeo. Chiesta l’istituzione di un Fondo per la bonifica

15 marzo 2017 Commenti chiusi

La richiesta avanzata dal Comitato De Grazia invitato a Bruxelles per partecipare ai lavori di implementazione della Direttiva sul danno ambientale 

Intervento Comitato De Grazia dal minuto 1:21:20

Bruxelles, 8 marzo 2017 - L’istituzione di un Fondo europeo a cui accedere per riparare i disastri ambientali quando non è possibile individuarne i responsabili. E’ la richiesta avanzata dal comitato De Grazia alla Comunità europea, durante il workshop sulla “responsabilità ambientale” tenutosi oggi a Bruxelles e al quale il comitato calabrese è stato invitato a partecipare. Il workshop è propedeutico all’implementazione della direttiva europea 2004/35/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 aprile 2004, sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale.  All’incontro, organizzato dai parlamentari europei Laura Ferrara e Benedek Jávor – ed al quale hanno partecipato tra gli altri Massimo Fundarò di medici per l’ambiente, Rodolfo Ambrosio per Legambiente e Paolo Parentela parlamentare del M5S – il rappresentante del comitato De Grazia, Danilo Amendola, su delega del presidente Gianfranco Posa, ha presentato un documento sul disastro ambientale del fiume Oliva, ove risultano ancora interrati da 120 a 160 mila metri cubi di rifiuti di varia natura, anche industriali, per i quali non si conoscono ancora tempi e modi di messa in sicurezza o bonifica. Soprattutto dopo che il processo in Corte d’Assise a Cosenza, si è chiuso con l’assoluzione di tutti gli imputati, poiché secondo la Corte giudicante non è stato possibile dimostrare la loro responsabilità. Resterebbe quindi, in capo alla collettività l’onere di sostenere le spese per il risanamento della valle. «La vicenda dell’inquinamento della Valle dell’Oliva – scrive nella propria relazione il comitato – rappresenta un esempio di come, nei casi di inquinamento appurati, sia necessario trovare gli strumenti più efficaci per ottenere in tempi rapidi la bonifica dei luoghi. A tal proposito da parte delle istituzioni europee è indispensabile migliorare la direttiva sulla responsabilità ambientale al fine di garantire il ripristino dei luoghi inquinati tempestivamente».

Danilo Amendola, attivista del comitato De Grazia

La direttiva – oltre a contemplare l’obbligo per le autorità ambientali nazionali a procedere alla messa in sicurezza dal punto di vista igienico-sanitario e ambientale, nonché alla bonifica dei siti inquinati nel rispetto del principio di precauzione, di cui all’articolo 191 del Trattato dell’Unione Europea; ed il rispetto della Convezione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale (Convenzione di Arhus) -, dovrebbe altresì prevedere, ed è questa la proposta più interessante del comitato, l’istituzione di un Fondo Europeo, attraverso l’imposizione di un tributo sul volume di affari delle attività industriali con produzioni ad elevato rischio di inquinamento. A tale fondo, le istituzioni dei Paesi membri (Ministero, Regioni, Comuni) dovrebbero poter accedere per il ripristino dei territori inquinati nel momento in cui non sia possibile applicare il principio “chi inquina paga”. L’obbiettivo dovrebbe essere quello di alimentare il fondo in modo premiale per quegli operatori economici che dimostrino di essere all’avanguardia nelle attività di tutela dell’ambiente e di prevenzione del rischio ambientale, questo andrebbe fatto tenendo in considerazione la condotta degli operatori nel tempo. Ad esempio, il ritrovamento di rifiuti illecitamente smaltiti, riconducibili ad un operatore, sarebbe un possibile indice per quantificare il coefficiente di rischio di un certo settore o di uno specifico operatore.

Infine, i rappresentanti del comitato credono che sia indispensabile pretendere dalle istituzioni dei Paesi membri della UE un maggior controllo sulle attività industriali potenzialmente inquinanti, nonché sul trasporto, il tracciamento e lo smaltimento dei rifiuti.
Comitato Civico Natale De Grazia

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Processo Oliva. Assolti tutti gli imputati “per non aver commesso il fatto”

15 marzo 2017 Commenti chiusi

La Corte d’assise di Cosenza ritiene che non sia stato dimostrato, durante il processo, la piena responsabilità dell’imprenditore Coccimiglio e dei proprietari dei terreni per il disastro ambientale del fiume Oliva.

di Bruno Pino

Cosenza, 6 marzo 2017 – Cesare Coccimiglio, imprenditore di Amantea accusato di disastro ambientale e avvelenamento delle acque, insieme agli altri 4 coimputati proprietari dei terreni risultati inquinati. ovvero Vincenzo Launi, Giuseppina Marinaro, Antonio Sicoli e Arcangelo Guzzo, ieri mattina, al termine del processo Valle Oliva, sono stati assolti dalla Corte d’Assise di Cosenza, per non aver commesso il fatto.

Dopo una camera di consiglio durata poco più di un’ora, la Corte presieduta da Giovanni Garofalo (a latere De Vuono) ha dunque assolto tutti gli imputati del procedimento penale iniziato nell’aprile del 2013, ai sensi dell’articolo 530, commi 1 e 2, del Codice di procedura penale. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni. Solo in seguito, una volta lette le motivazioni che hanno determinato l’assoluzione – così ha fatto sapere il Pubblico ministero della Procura di Paola, Maria Francesca Cerchiara, che ha preso le redini del processo solo dallo scorso ottobre – si valuterà un eventuale ricorso. La pm Cerchiara – che ha dovuto studiarsi la documentazione prodotta nel corso delle indagini, e quella prodotta in fase dibattimentale – aveva chiesto 16 anni e mezzo per Coccimiglio e l’assoluzione per i coimputati Launi, Marinaro, Sicoli e Guzzo. Nella sua requisitoria, la pm aveva detto chiaramente che si trattava di un processo indiziario, perché l’imputato principale non è stato mai trovato ‘con la pistola fumante’, sebbene quanto avvenuto non poteva non ricondursi all’azione del Coccimiglio. Accuse che l’avvocato Nicola Carratelli aveva contestato sostenendo l’inesistenza di alcun nesso di causa tra l’inquinamento del fiume Olivo e l’attività imprenditoriale del suo assistito.
Ieri mattina, in aula, delle parti civili costituitesi in giudizio (Verdi, WWF, Legambiente, Anpana, Ministero dell’Ambiente, Regione Calabria, comuni di Amantea, Serra d’Aiello, San Pietro in Amantea, e altre parti civili), c’era il portavoce del Comitato Natale De Grazia di Amantea. «Attendiamo di leggere le motivazioni – ha dichiarato Gianfranco Posa -, ma per chi ha seguito tutte le fasi del processo, come noi, la sentenza di assoluzione non ci sorprende poiché, nonostante durante il dibattimento sia stato ampiamente dimostrato il disastro ambientale perpetrato nell’Oliva, non è stato dimostrato con certezza la responsabilità degli imputati, almeno nel processo di primo grado. Resta la necessità di rimuovere e mettere in sicurezza l’area inquinata, con il rammarico che a pagarne le spese sarà la comunità non essendo stato individuato un responsabile. A tal proposito – ha aggiunto il rappresentante del Comitato civico intitolato al capitano Natale De Grazia -, nei prossimi giorni saremo a Bruxelles per chiedere alla comunità Europea la costituzione di un Fondo europeo al quale le comunità locali possano attingere nel caso sia impossibile individuare i responsabili dei disastri ambientali».
Se da una parte si conclude, almeno per ora, l’aspetto giudiziario, dopo una ventina e passa udienze e le tante testimonianze di accusa e difesa, la preoccupazione dei cittadini del comprensorio amanteano, è la bonifica dei siti interessati dall’interramento di rifiuti tossici pericolosi per la salute, stimati in circa 160 mila metri cubi. L’analisi del rischio è stata completata pochi mesi fa dall’Arpacal, e anche se più rassicuranti, le condizioni ambientali sono pur sempre critiche. Ora toccherà alla Regione Calabria prendere in esame le risultanze scientifiche e quindi procedere con gli interventi necessari.

 

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Processo Oliva. Nessuna responsabilità degli imputati secondo la difesa

15 marzo 2017 Commenti chiusi

Chiesta l’assoluzione con formula piena per Coccimiglio e gli altri 4 imputati

di Bruno Pino

Cosenza, 31 gen. 2017  – Non c’è evidenza, nessun nesso di causa tra l’inquinamento riscontrato nella vallata dell’Olivo e l’attività imprenditoriale del principale imputato Cesare Coccimiglio, accusato di disastro ambientale e avvelenamento delle acque. Né prove di responsabilità degli altri 4 coimputati proprietari dei terreni avvelenati.

Sono le conclusioni dei legali delle difesa che ieri mattina hanno tenuto le arringhe davanti alla Corte d’Assise a Cosenza dove il processo Valle Oliva si sta celebrando da luglio 2013, oramai alle battute finali. Si arriverà a sentenza il 6 marzo prossimo quando è stata fissata la Camera di Consiglio. I giudici dovranno valutare, accogliendo o respingendo, quanto richiesto dalla Procura di Paola, rappresentata dalla pm Maria Francesca Cerchiara, da ottobre scorso titolare dell’accusa, che nella requisitoria del 16 gennaio scorso aveva chiesto 16 anni e mezzo per l’imprenditore di Amantea e l’assoluzione con formula dubitativa per i coimputati Launi, Marinaro, Sicoli e Guzzo. gennaio gen
Nell’udienza di ieri, ognuno degli avvocati presenti – Filice, Staiano, Osso e Carratelli – ha sottoposto all’esame della Corte presieduta da Giovanni Garofalo (a latere De Vuono) e ai giudici popolari, le ragioni dei propri assistiti e chiesto l’assoluzione degli stessi con la formula più ampia.
L’attesa arringa di Carratelli, che ha parlato per un’ora e un quarto, aveva l’intento di “sgretolare” l’impianto accusatorio contro il suo assistito. Nel suo intervento, ha citato la sentenza del tribunale del Riesame che aveva annullato, nel 2011, il provvedimento di arresto di Coccimiglio. I giudici del riesame avevano evidenziato che dopo anni di investigazioni non si è mai riusciti ad accertare illeciti da parte dell’imprenditore. È questa, per il legale, la vera chiave di lettura del processo. E non c’è nessun dato che fa diventare l’indizio, con assoluta certezza, una prova. L’ipotesi accusatoria del “chi se non lui”, ossia il Coccimiglio, definito dominus del feudo Oliva, non regge. Mai, come hanno sostenuto i testimoni della difesa, quali il comandante dei Carabinieri della stazione di Aiello Calabro, su nessun camion della ditta amanteana è stato eseguito un accertamento diretto che abbia riscontrato attività illecite. Nella Vallata dell’Oliva, peraltro, non ha lavorato soltanto Coccimiglio. Anzi, secondo quanto riferito dal principale accusato nel corso delle sue deposizioni, così ha riferito Carratelli, c’erano altre imprese dotate di mezzi e uomini che avrebbero potuto interrare i veleni nel sottosuolo, durante gli anni in cui si è consumata la violazione della valle. Una valle, ha tuonato ancora il legale, trasformata in pattumiera (è il caso della discarica di Carbonara) anche dai comuni che si sono costituiti parte civile (Amantea, Serra d’Aiello, e San Pietro in Amantea, ndc), “per lavarsi la coscienza”.
Per le conclusioni, il legale si è inoltre soffermato sulla relazione Ispra acquisita agli atti processuali nell’udienza del settembre 2015 che sminuisce quanto riportato nel capo di imputazione. Nel documento dell’istituto del Ministero dell’Ambiente, ministero peraltro anche esso parte civile nel processo, non ci sarebbero livelli di inquinamento oltre i limiti di legge. Insomma, è stato, ha detto Carratelli, un “processo gonfiatissimo” in cui quello che viene fuori è solo la certezza dell’innocenza dell’imputato.
Vedremo come andrà a finire, anche se l’esito, secondo i più, molto verosimilmente, sarà di assoluzione. Restano, senza sapere chi li ha messi lì, i materiali nocivi interrati, da fine anni ‘80 ad almeno il 2008, stimati in circa 160 mila mc.
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Processo Oliva. Condanna a 16 anni e sei mesi per Coccimiglio è la richiesta della procura

15 marzo 2017 Commenti chiusi

Chiesta l’assoluzione per gli altri quattro imputati

di Bruno Pino

Cosenza, 16 gen. 2017 – Sedici anni e sei mesi per l’imprenditore Cesare Coccimiglio di Amantea, accusato di disastro ambientale e assoluzione per i coimputati Launi, Marinaro, Sicoli e Guzzo. Queste le richieste del pm Maria Francesca Cerchiara a conclusione della requisitoria nel corso del processo Valle Oliva Inquinata tenutosi ieri mattina in Corte d’Assise a Cosenza, che dunque dopo tre anni e mezzo dall’inizio, nel luglio 2013, arriva alle fasi finali.

Il pm della Procura di Paola, che dal mese di ottobre ha preso le redini dell’accusa, in sostituzione di Nuzzo e Camodeca, ha tenuto una circostanziata requisitoria, durata poco meno di due ore durante le quali ha ribadito il rilevantissimo inquinamento perpetrato ai danni della vallata. Ben 162 mila metri cubi di rifiuti tossici pericolosi per la salute, circa 15 mila viaggi di camion, interrati in sette aree lungo l’asta fluviale. Una mole enorme di materiale sotterrato illecitamente, e in modo sistematico, da fine anni ‘80 ad almeno il 2008.
La Cerchiara ha evidenziato più volte che si tratta di un processo indiziario, perché l’imputato principale non è stato mai trovato ‘con la pistola fumante’, ma quanto avvenuto non può non ricondursi all’azione del Coccimiglio. Una tesi spiegata con chiarezza di dettagli alla Corte d’Assise presieduta da Giovanni Garofalo (a latere De Vuono), attraverso l’analisi della situazione delle aree contaminate, tutte nelle disponibilità dell’imputato, e molto vicine all’azienda. Solo l’imprenditore di Amantea, dominus incontrastato, ha detto il Pm, era attivo nella zona del fiume Olivo, dove ha potuto svolgere gli interramenti nocivi.
Tutti i siti oggetto di indagini, di analisi e carotaggi, da Foresta a Carbonara, da Cozzo Manche e Valle del Signore, a Giani, sono risultati inquinati oltre i limiti di legge da fanghi industriali e metalli pesanti. In particolare, nella ricostruzione dell’accusa, si è parlato della briglia sull’Olivo di località Foresta, proprietà del demanio fluviale, che nel tempo ha registrato lavori eseguiti dalla ditta di Amantea, dove nel 2010 è stato ritrovato il sarcofago in cemento, contenente mercurio, ad una profondità tra i 10 e 12 metri. Per la pubblica accusa, più che un indizio, una prova.
Nessuna prova è emersa invece a carico dei quattro coimputati Launi, Marinaro, Guzzo e Sicoli, proprietari o concessionari dei terreni, che non sarebbero stati consapevoli della condotta illecita del principale accusato.
In ultimo, anche le parti civili – Comitato Natale De Grazia, Verdi, WWF, Legambiente, Anpana, Ministero dell’Ambiente, Regione Calabria, comuni di Amantea, Serra d’Aiello, San Pietro in Amantea, Cgil Cosenza, e le altre parti civili – hanno avanzato le proprie richieste alla Corte. Ovvero di dichiarare la penale responsabilità degli imputati per i reati a loro ascritti con la condanna alle pene ritenute di giustizia, nonché al risarcimento di tutti i danni provocati e delle spese processuali.
Prossima udienza, il 30 gennaio. La parola passa al collegio difensivo composto dai legali Carratelli, Filice, Staiano e Osso. In quella data, sarà fissata la camera di Consiglio che emetterà la sentenza di condanna o assoluzione.
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