Fiume Oliva, dopo relazione Ispra “urge la bonifica”

25 aprile 2013 Commenti chiusi

Una nuova relazione dell’Ispra conferma “oggi una permanente fonte di rischio”.
Il 4 luglio inizia il processo, il Ministero Ambiente parte civile.

Amantea, 20/04/2013 – Il Ministero dell’Ambiente si costituirà parte civile nel processo sull’inquinamento del fiume Oliva ed ha predisposto per l’occasione, per tramite dell’Ispra, una “Relazione preliminare del danno ambientale” nella quale approfondisce e per certi aspetti rivede la relazione tecnica presentata alla procura di Paola nell’anno 2011. Nel documento, diffuso dalla stampa, si conferma la grave situazione ambientale dell’Oliva e si afferma  – come non era stato fatto prima – la presenza di elevate concentrazioni di idrocarburi, di sostanze velenose come l’arsenico e l’avvelenamento delle acque di falda inutilizzabile, secondo i tecnici del ministero, per uso umano, agricolo e zootecnico. La quantità di rifiuti interrati è stimata in 140mila metricubi (la stima  precedente era di 86mila) ai quali dovranno essere aggiunti quelli di un’altra vasta area ancora da valutare. “Lo smaltimento è avvenuto mediante interramento, previo asporto del terreno originario, nel corso di un periodo che ha avuto inizio almeno venti anni addietro”. Ed ha determinato una serie di gravi danni ambientali che rappresentano “ancora oggi una permanente fonte di rischio”.

Il documento del ministero evidenzia l’elevata  concentrazione di idrocarburi e metalli pesanti nei suoli nelle località di Carbonara ed aree limitrofe (Aiello Calabro), località Foresta (Serra d’Aiello) e su un sito ricadente nel comune di Amantea. Per quanto riguarda le acque sotterranee sono state riscontrate elevate concentrazioni di ferro, manganese e solfati, inoltre – nella località Foresta – vi è un’elevata concentrazione di arsenico, triclorometano e tricloroetano.

Tali sostanze si ipotizza che abbiano causato e possano ancora causare la compromissione della salute “con un aumento statistico di patologie associabili alle sostanze inquinanti rinvenute nei suoli e nelle acque”. Sarebbero state compromesse inoltre la fruibilità delle acque sotterranee, delle coltivazioni di pregio nelle aree irrigate con le acque sotterranee e superficiali del fiume Oliva, nonché l’habitat per le specie ittiche più sensibili all’inquinamento, la zona risulta quindi, secondo l’Ispra, compromessa anche dal punto di vista idrogeologico, paesaggistico con una perdita di valore anche  dal punto di vista turistico.

Non è ancora possibile stimare i fondi necessari per porre rimedio ad un disastro ambientale di tale portata ma i tecnici dell’Ispra si sono limitati ad indicare il costo per le attività di rimozione e smaltimento dei rifiuti interrati che corrisponde a 21milioni di euro. Per tale cifra, come afferma anche il Ministero dell’ambiente “appare utile imporre agli imputati di vincolare una somma necessaria al finanziamento degli interventi”. Una richiesta che sarà avanzata durante il processo a carico dei presunti responsabili dell’inquinamento del fiume Oliva che avrà inizio il 4 luglio. Il 16 aprile infatti la prima udienza è stata rinviata per consentire a chi ha subito un danno alla salute diretto dall’inquinamento dell’Oliva di costituirsi parte civile. Il comitato De Grazia rinnova la diponibilità ad offrire servizi legali gratuiti a chi abita nella zona e intenda costituirsi in giudizio.

«E’ giunta l’ora – affermano i volontari del De Grazia – di porre rimedio ad un disastro di tale portata. Urge la bonifica e le istituzioni locali e regionali devono compiere tutti gli atti istituzionali necessari a far si che ciò avvenga in tempi rapidi. Auspichiamo che l’analisi del rischio – attualmente in atto sotto la supervisione della Procura di Paola che non ha mai mostrato cedimenti di interesse su tale vicenda – venga conclusa nel più breve tempo possibile e si possa procedere alla rimozione delle sostanze pericolose. La Regione Calabria e i Sindaci dei comuni interessati (Amantea, Aiello Calabro, Serra d’Aiello e San Pietro in Amantea) devono assumersi le proprie responsabilità per rendere celere la bonifica e porre fine a questa vicenda per troppo tempo sottovalutata e che in molti vorrebbe fosse dimenticata».

 

Comitato civico Natale De Grazia

 

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Fiume Oliva: Rinviato l’inizio del processo al 4 luglio. Nuove possibilità per le parti civili

16 aprile 2013 Commenti chiusi

Il processo inizierà a luglio con la presenza di nuovi parti civili: ammalati ed associazioni ambientaliste. Il comitato De Grazia offre assistenza legale gratuita alle persone che ritengono di aver subìto un danno alla salute dall’inquinamento del fiume Oliva, c‘è tempo fino al quattro luglio.

Foto: massimovalicchia.net

Cosenza, 16 apr. 2013 -Doveva tenersi questa mattina la prima udienza del processo sull’inquinamento del fiume Oliva che vede imputati per disastro ambientale ed avvelenamento delle acque l’imprenditore di Amantea Cesare Coccimiglio ed altre quattro persone proprietarie di terreni risultati contaminati. L’udienza è stata rinviata al prossimo quattro luglio dal giudice della Corte d’assise di Cosenza, Antonia Gallo, che ha accolto la richiesta del Pm di Paola Giovanni Calamita  che ha chiesto il rinvio per consentire di notificare alle parti offese il rinvio a giudizio degli imputati ed eventualmente consentire loro di costituirsi parte civile. Si tratta dei familiari della persona che gli inquirenti ritengono aver perso la vita a causa dell’inquinamento dell’Oliva e dell’amico con cui si recava a pesca nel torrente, attualmente gravemente malato per le stessa causa.

Erano presenti in aula i legali del comitato De Grazia che intende costituirsi parte civile visto che la stessa associazione è nata in conseguenza delle inchieste che hanno portato all’individuazione del disastro ambientale perpetrato nel’Oliva. Insieme a loro altri enti ed associazioni intendo costituirsi come Regione Calabria, del ministero dell’Ambiente,  Wwf Italia, Legambiente Calabria, l’associazione Anpana e il Vas. Già accolta invece la richiesta di parte lesa presentata nella udienza preliminare del 24 ottobre 2012 dei comuni di Amantea, san Pietro in Amantea e Serra d’Aiello.

I legali del comitato De Grazia sono disponibili a seguire gratuitamente le persone che ritengono aver subito un danno dall’inquinamento dell’Oliva e volessero far valere in giudizio le loro ragioni costituendosi come parte civile nel processo che inizierà il prossimo quattro luglio.

Comitato civico  Natale De Grazia

 

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“Contro l’arroganza dei potenti, siamo vicini agli amici del “Brigante”

10 aprile 2013 Commenti chiusi

foto "Vizzarro.it"

Amantea, 10 Apr. 2014 – Contro l’arroganza dei potenti occorre fare rete per tutelare il bene più prezioso: la libertà di difendere il territorio dalle incursioni dei nuovi barbari». Così il Comitato civico Natale De Grazia esprime solidarietà e vicinanza agli amici dell’associazione “Il Brigante” per il vile attentato di stile ‘ndranghetistico subito dai militanti che operano con determinazione e coraggio nelle Serre Vibonesi a difesa del territorio e dei beni comuni. In particolare l’associazione Il brigante si è distinta per la battaglia sulla richiesta di verità e bonifica dell’invaso dell’Alaco che fornisce l’acqua alle abitazioni di circa 400mila cittadini della provincia di Vibo Valentia.

Sergio Gambino e tutti gli amici del Brigante non devono essere lasciati soli. Le loro battaglie a difesa dei beni comuni evidentemente danno fastidio ad interessi trasversali, di tipo malavitoso ma non solo. I cittadini calabresi devono fare fronte comune contro il malaffare che imperversa nella nostra regione. Noi attivisti del comitato De Grazia siamo vicini al Brigante per le comuni battaglie a difesa dell’ambiente e del bene comune: l’Alaco come l’Oliva potrebbe essere stato inquinato dalla stessa mano. Ci uniamo alle altre associazioni, comitati e  movimenti calabresi che oggi si sentono colpiti direttamente dal vile atto intimidatorio subito dagli amici del Brigante.

Comitato civico Natale De Grazia

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Inaccettabile l’archiviazione della vicenda legata alla morte del comandante De Grazia

14 febbraio 2013 Commenti chiusi

La Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti “riapre” il caso sulla morte di Natale De Grazia. La magistratura intende archiviare. Comitato e associazioni protestano

Qui l’intervista rilasciata da Gianfranco Posa a Emiliano Morrone de “La voce di Fiore”

Amantea, 13 feb. 2013 - Risulta veramente incomprensibile la decisione assunta dal Procuratore della Repubblica di Nocera Inferiore sulla vicenda della morte del capitano Natale De Grazia e, auspicando che il Gip rifiuti di archiviare il caso, faremo quanto è nelle nostre possibilità per evitare che ciò avvenga.

È vero che è passato troppo tempo dalla morte di De Grazia e pertanto nuovi approfondimenti scientifici diventano pressoché impossibili sul suo corpo, ma i nuovi elementi emersi dalla perizia affidata al dott. Arcudi e le nuove inquietanti notizie contenute nella relazione della Commissione sul ciclo dei rifiuti in merito alle indagini che il comandante stava conducendo rendono doveroso, oltreché necessario, un approfondimento del caso. Inoltre la decisione sembra frettolosa visto che, quando è stata assunta, la Commissione parlamentare non aveva ancora inoltrato alla procura di Nocera la corposa “Relazione sulla morte del capitano di fregata Natale De Grazia” ma solo la perizia medica del dottor Arcudi.

Purtroppo, sembra che ci sia una superiore volontà di far rimanere la vicenda delle “navi dei veleni” e la morte di Natale De Grazia tra i tanti misteri della storia d’Italia nonostante i fatti che seguono.

La Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, dopo aver acquisito nuovi elementi di prova e nuove testimonianze sul traffico dei rifiuti e sulle navi dei veleni, ha ritenuto che le conclusioni medico-legali del prof. Arcudi – tossicologo di fama internazionale ed accademico a Tor Vergata – sulle cause della morte del capitano De Grazia siano “analiticamente motivate e scientificamente inattaccabili”; quella morte fu “conseguenza di una causa tossica, ogni altra causa va esclusa per assenza di elementi di riconoscimento”. Inequivocabilmente dunque Natale De Grazia non è morto di morte naturale e verosimilmente potrebbe essere stato avvelenato.

Non è comprensibile come si possa basare la decisione di archiviare il caso “De Grazia” sulla base delle conclusioni cui è arrivato il perito della commissione parlamentare, là dove questo ha scritto che “dal punto di vista medico-legale il caso è chiuso”. Perché, se è vero che il tempo lungo intercorso dalla morte del capitano rende impossibile effettuare ulteriori accertamenti sul suo cadavere, sicché su questo versante il caso sembra chiuso, è però anche vero che tutte le numerose nuove notizie acquisite ed accertate renderebbero necessarie nuove investigazioni. Un suggerimento in tal senso sembra provenire dalla stessa Commissione parlamentare, laddove afferma che non è suo compito “sciogliere nodi di competenza dell’autorità giudiziaria”, quasi invitando quest’ultima a farlo, per evitare che anche la morte del capitano De Grazia possa finire tra i tanti misteri irrisolti del nostro Paese.

I due precedenti esami autoptici, quello del 1995 e quello successivo del 1997 e stranamente affidato allo stesso perito del primo esame, contengono vistose lacune che hanno impedito di scoprire la verità sulle cause di quella morte consentendo di accreditare, falsamente, come evento fatale il collasso cardio-circolatorio. In quelle due perizie – sostiene il prof. Arcudi – gli accertamenti furono condotti “in maniera superficiale, con incomprensibili carenze e contraddizioni che rendono i risultati tutti incerti, poco affidabili e quindi non utilizzabili per gli scopi per i quali erano stati disposti”. Proprio l’esame analitico delle risultanze di quelle due autopsie porta il perito nominato dalla Commissione parlamentare alla conclusione della loro inattendibilità.

Vi sono poi altri elementi da tenere in considerazione contenute nella nuova relazione della Commissione rifiuti che confermano l’antico sospetto sulla morte per avvelenamento del capitano De Grazia; i misteri sulla motonave Latvya (legata all’ex Kgb russo) ormeggiata per qualche mese a La Spezia sulla quale si sospetta sia stato caricato mercurio rosso radioattivo. Su questo vascello il capitano De Grazia avrebbe dovuto effettuare delle verifiche dopo aver incontrato un informatore, se non fosse deceduto lungo il viaggio che lo portava in Liguria.

E poi bisogna considerare il clima di intimidazioni che ha caratterizzato le indagini condotte da De Grazia “che lo ha portato a prezzo di un costante sacrificio personale e nonostante pressioni ed atteggiamenti ostili a svolgere complesse investigazioni” che da sole imporrebbero l’apertura del caso.

Infine auspichiamo che lo Stato si impegni a far luce su tutta la vicenda delle navi dei veleni magari con l’ausilio di un pool investigativo di esperti che si occupi esclusivamente delle indagini sul traffico nazionale ed internazionale dei rifiuti tossici e radioattivi.

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relaz

14 febbraio 2013 Commenti chiusi
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Relazione Commissione parlamentare sul Ciclo dei rifiuti sulla Morte di Natale De Grazia

14 febbraio 2013 Commenti chiusi

segue il testo della  ”Relazione sulla morte del capitano di fregata Natale De Grazia” così come è stata pubblicata sul sito del relatore on. Alessandro Bratti

Commissione di inchiesta sul ciclo dei rifiuti

RELAZIONE SULLA MORTE DEL CAPITANO DI FREGATA NATALE DE GRAZIA

PREMESSA

Il capitano Natale De Grazia
Il dodici dicembre 1995 è stato l’ultimo giorno di vita del capitano Natale De Grazia.
Alle prime ore del 13 dicembre 1995, qualche giorno prima del suo trentanovesimo compleanno, il capitano De Grazia è deceduto per cause che a molti apparvero quanto meno sospette e che ancora oggi, a distanza di anni, continuano ad essere considerate tali.
Il capitano di fregata Natale De Grazia era un ufficiale della Marina militare, in servizio presso la Capitaneria di porto di Reggio Calabria.
Al momento della sua morte era applicato alla sezione di polizia giudiziaria presso la procura circondariale di Reggio Calabria e faceva parte di un pool investigativo, coordinato dal sostituto procuratore Francesco Neri, costituito per effettuare le indagini avviate a seguito di un esposto presentato da Legambiente, concernente presunti interramenti di rifiuti tossici in Aspromonte.
Nel corso dell’inchiesta si aprirono subito scenari inquietanti legati al fenomeno delle “navi a perdere”, indicandosi con tale espressione le navi affondate dolosamente con carichi di rifiuti radioattivi o comunque tossici, smaltiti illegalmente nelle profondità marine.
Secondo un dossier di Legambiente trasmesso alla Commissione gli affondamenti sospetti di navi, tra il 1979 ed il 2000, sarebbero stati 88 (doc. 117/30).
Del gruppo investigativo facevano parte, oltre al capitano De Grazia, il maresciallo capo Scimone Domenico, appartenente alla sezione di polizia giudiziaria dei Carabinieri presso la procura di Reggio Calabria, il maresciallo Moschitta e il carabiniere Rosario Francaviglia, questi ultimi due appartenenti al nucleo operativo del reparto operativo CC di Reggio Calabria.
In un momento successivo parteciparono attivamente alle indagini anche ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti al Corpo forestale dello Stato di Brescia e di La Spezia.
Nelle indagini il capitano De Grazia profuse una dedizione ed un impegno fuori dal comune, tali da farlo considerare, anche dai sui stessi colleghi, il “motore” dell’inchiesta.
Non a caso, dopo la sua morte, le attività investigative (giunte a risultati importanti e, da un certo punto di vista, ad una vera e propria fase di svolta) subirono un rallentamento significativo: alcune delle attività che il capitano stava personalmente compiendo non furono proseguite e si disperse, in parte, quel bagaglio di conoscenze e di professionalità che il capitano aveva acquisito nel corso dell’inchiesta e aveva messo a servizio dei magistrati e dei colleghi.
Per dare un’idea di quanto fosse considerato fondamentale l’apporto professionale del capitano De Grazia, basti leggere le note che il procuratore capo della procura circondariale di Reggio Calabria, dottor Scuderi, inviò al comandante della Capitaneria di porto e al procuratore generale presso la Corted’appello di Reggio Calabria: la prima, del 13 novembre 1995, finalizzata a far dispensare il capitano dalle ordinarie attività svolte presso la Capitaneria di porto onde consentirgli di dedicarsi all’indagine della procura; la seconda, di ringraziamento, del 27 novembre 1995 (doc. 681/7).

Entrambe si riportano integralmente.

Nota del 13 novembre 1995:

“Oggetto: Proc. penale n. 2114/94 R.G.N.R. – Indagini relative ad un traffico di rifuti tossici e/o radioattivi.

Com’è noto alla S.V., anche per aver partecipato ad una delle riunioni promosse dal procuratore generale per il coordinamento tra le varie procure interessate, da parte di quest’ufficio sono in corso le indagini di cui in oggetto, le quali hanno già conseguito i primi risultati anche grazie al prezioso contributo, in termini di professionalità, intuito investigativo e spirito di sacrificio, del C.C. Natale De Grazia, in servizio presso codesto Comando.
Da circa tre mesi, però, detto ufficiale si trova nell’impossibilità di svolgere tale attività in quanto impegnato, come dalla S.V. personalmente significatomi in via informale, nell’espletamento dei suoi compiti di Istituto.
La conseguenza immediata di ciò, purtroppo, è stata una situazione di stallo dell’attività investigativa, che ha gravemente risentito, per la sua specificità (pare che i rifiuti vengano smaltiti col sistema delle “navi a perdere”), del venir meno delle conoscenze tecniche del succitato ufficiale (oltre che della sua elevata professionalità).
In considerazione di quanto sopra, vorrà esaminare la possibilità di disporre che il capitano De Grazia sia temporaneamente, e per due mesi almeno, dispensato dai compiti attinenti a codesto ufficio, onde consentirgli di riprendere a collaborare con lo scrivente nello svolgimento delie delicate e complesse indagini di cui sopra”.

Nota del 27 novembre 1995:

“La presente per darLe atto della grande sensibilità dimostrata in relazione ai problemi che ebbi a prospettarle con la mia del 13 u. s. ringraziarla vivamente della sollecitudine con cui ha consentito al capitano De Grazia di continuare a collaborare con quest’ ufficio nelle indagini di cui in oggetto”.
Rientrato a tempo pieno nel gruppo investigativo, il capitano De Grazia si dedicò nuovamente alle indagini con la consueta determinazione.
Nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1995 partì, unitamente al maresciallo Moschitta e al Carabiniere Francaviglia, con autovettura di servizio, alla volta di La Spezia per dare esecuzione alle deleghe di indagine, firmate dal procuratore Scuderi e dal sostituto Neri, finalizzate ad acquisire maggiori elementi di conoscenza in merito all’affondamento di alcune navi.
Durante il viaggio, sul tratto autostradale di Salerno, alle prime ore del 13 dicembre 1995, il capitano venne colto da malore e, quindi, trasportato dall’ambulanza, nel frattempo intervenuta, presso il pronto soccorso dell’ospedale di Nocera Inferiore, ove però giunse cadavere.
Con nota del 22 dicembre 1995 il capitano Antonino Greco, comandante del nucleo operativo del reparto operativo CC di Reggio Calabria, rimise al procuratore Scuderi le sei deleghe di indagine datate 11 dicembre 1995 “non potute evadere a causa del decesso del capitano di corvetta De Grazia Natale” (doc. 321/2).

Il Comitato civico “Natale De Grazia” ha trasmesso alla Commissione una serie di documenti dai quali si rileva che nel giugno 2004 l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferì al capitano De Grazia la Medaglia d’oro alla Memoria con le seguenti motivazioni:
“Il capitano di Fregata (CP) Spe r.n. Natale DE GRAZIA ha saputo coniugare la professionalità, l’esperienza e la competenza marinaresca con l’acume investigativo e le conoscenze giuridiche dell’Ufficiale di Polizia Giudiziaria, contribuendo all’acquisizione di elementi e riscontri probatori di elevato valore investigativo e scientifico per conto della procura di Reggio Calabria. La sua opera di Ufficiale di Marina è stata contraddistinta da un altissimo senso del dovere che lo ha portato, a prezzo di un costante sacrificio personale e nonostante pressioni ed atteggiamenti ostili, a svolgere complesse investigazioni che, nel tempo, hanno avuto rilevanza a dimensione nazionale nel settore dei traffici clandestini ed illeciti operati da navi mercantili. Il comandante De Grazia è deceduto in data 13.12.1995 a Nocera Inferiore per “Arresto cardio-circolatorio”, mentre si trasferiva da Reggio Calabria a La Spezia, nell’ambito delle citate indagini di “Polizia Giudiziaria”. Figura di spicco per le preclare qualità professionali, intellettuali e morali, ha contribuito con la sua opera ad accrescere e rafforzare il prestigio della Marina militare Italiana” (doc. 191/2).

 

L’APPROFONDIMENTO SULLA MORTE DEL CAPITANO DE GRAZIA

L’approfondimento sulle cause del decesso del capitano De Grazia si inserisce nel contesto dei più ampi accertamenti chela Commissione ha effettuato sul fenomeno delle “navi a perdere”.
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I movimenti per l’Acqua pubblica presentano una proposta di legge regionale

14 gennaio 2013 Commenti chiusi

Critiche alla proposta della Giunta regionale

Negli ultimi anni anche in Calabria, come nel resto d’Italia, si è diffusa la consapevolezza sociale dei rischi connessi alla mercificazione del bene comune acqua, e dimostrazione ne è la vittoria dei Sì ai referendum del giugno 2011: 780mila calabresi, oltre la metà degli aventi diritto al voto,  si  sono  espressi  chiaramente  contro  la  privatizzazione  del  servizio idrico,  sostenendo  i  quesiti  referendari  promossi  dal  Comitato  “2  Sì  per  l’Acqua  Bene Comune”.

Ma la politica è sorda e non vuole saperne di dare seguito alla manifesta volontà popolare. In Calabria, con  la deliberazione n. 545 del  10  dicembre  scorso  la  Giunta Regionale ha presentato una  proposta di legge in materia di risorse idriche con la quale, sotto la fuorviante dicitura di “società di interesse pubblico”, intende mantenere la Sorical nella sua attuale forma di società di diritto privato ed a scopo di lucro nata da una pseudo-privatizzazione. In particolare, nella proposta di legge regionale si stabilisce che la Sorical S.p.A. “per la gestione operativa può […] costituire una  società  mista  pubblicoprivata”, ripresentando tale e quale il rovinoso meccanismo precedente, con l’unica non irrilevante differenza che “per  la realizzazione e l’approvvigionamento  di lavori,  servizi e forniture”, cioè ciò per cui servono i maggiori investimenti, si avrà una in-house, mentre per la gestione operativa (il segmento più “allettante”) resta tutto come prima.

Eppure il giudizio sulla fallimentare esperienza della privatizzazione è unanime: solo un mese fa, dal dibattito avvenuto nel Consiglio regionale, abbiamo appreso che “la multinazionale Veolia  non  ha  MAI  versato  nulla  in  questi  anni” e che la Regione Calabria era una “mucca da mungere per fare tutto quello che era possibile per favorire il privato che non era controllato né si faceva controllare”. Una per una, quasi tutte le critiche e perplessità espresse nel corso degli anni dal Coord. “Bruno Arcuri” sono state riprese e fatte proprie da gran parte del Consiglio Regionale: le convenzioni forzose della Sorical con diversi Comuni, verso i quali si inoltravano atti di diffida per giustificare una consulenza di 800 mila euro l’anno con uno studio di Napoli; gli investimenti (non) realizzati, con la Regione Calabria che in questi anni ha erogato risorse per 147 milioni di euro contro il nulla della parte privata;  il mutuo con la Depfa Bank  e altri debiti, per cui la Regione Calabria rischia di avere un danno di 385 milioni di euro che “grava e graverà sulle spalle dei cittadini calabresi”;  la mancanza  di  controllo, per cui l’assessore ai lavori pubblici, che detiene la maggioranza della  Sorical  SpA,  chiedendo  documentazioni  e  informazioni  “non  era  nelle  condizioni  di riceverle”.  Resta  inoltre  completamente  aperto  il  problema  delle  tariffe  illegittime applicate  ai  comuni, “certificata”  di  recente  nella  relazione  della Corte  dei  Conti  della Calabria, che comporta un maggior esborso valutabile in decine di milioni di euro.

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Il forum dei movimenti per l’acqua presenta la proposta di legge regionale d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione del servizio idrico

10 gennaio 2013 Commenti chiusi

Acqua pubblica, i movimenti dell’acqua calabresi, cercano di far rispettare la volontà popolare espressa con il referendum del giugno 2011. 
L’obiettivo è sostituire So.Ri.Cal con un’azienda pubblica denominata “Acqua Bene Comune Calabria”

volontari del "De Grazia" durante la campagna referendaria

Negli ultimi anni anche in Calabria, come nel resto d’Italia, si è diffusa la consapevolezza sociale dei rischi connessi alla mercificazione del bene comune acqua, e dimostrazione ne è la vittoria dei Sì ai referendum del giugno 2011: 780mila calabresi, oltre la metà degli aventi diritto al voto, si sono espressi chiaramente contro la privatizzazione del servizio idrico, sostenendo i quesiti referendari promossi dal Comitato “2 Sì per l’Acqua Bene Comune”.

Ma la politica è sorda e non vuole saperne di dare seguito alla manifesta volontà popolare. In Calabria, con la deliberazione n. 545 del 10 dicembre scorso la Giunta Regionale ha presentato una proposta di legge in materia di risorse idriche con la quale, sotto la fuorviante dicitura di “società di interesse pubblico”, intende mantenere la Sorical nella sua attuale forma di società di diritto privato ed a scopo di lucro nata da una pseudo-privatizzazione. In particolare, nella proposta di legge regionale si stabilisce che la Sorical S.p.A. “per la gestione operativa può […] costituire una società mista pubblico-privata”, ripresentando tale e quale il carrozzone precedente, con l’unica non irrilevante differenza che “per la realizzazione e l’approvvigionamento di lavori, servizi e forniture”, cioè ciò per cui servono i maggiori investimenti, si avrà una in-house, mentre per la gestione operativa (il segmento più “allettante”) resta tutto come prima.

Eppure il giudizio sulla fallimentare esperienza della privatizzazione è unanime: solo un mese fa, dal dibattito avvenuto nel Consiglio regionale, abbiamo appreso che “la multinazionale Veolia non ha MAI versato nulla in questi anni” e che la Regione Calabria era una “mucca da mungere per fare tutto quello che era possibile per favorire il privato che non era controllato né si faceva controllare”, mentre maggioranza ed opposizione si rimpallavano le responsabilità politiche.

Per invertire la rotta e dare seguito alla manifesta volontà dei calabresi, un’ampia coalizione sociale, già impegnata a sostegno dei referendum del 2011, ha deciso di presentare una legge di iniziativa popolare per fare in modo che in Calabria si realizzi un modello per la gestione del Servizio Idrico Integrato volto al perseguimento degli interessi collettivi e, al contempo, a ottimizzare le risorse finanziarie disponibili.

Il deposito della proposta di legge avverrà venerdì 11 gennaio alle ore 11.00 presso gli uffici del Consiglio Regionale della Calabria. A seguire sarà tenuta da parte dei promotori una conferenza stampa presso la sala “Giuditta Levato” del Consiglio Regionale, a Reggio Calabria.

Si scrive Acqua ma si legge Democrazia!

Coordinamento Calabrese Acqua Pubblica “Bruno Arcuri”

Reggio Calabria, 09/01/2013

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Ombre sulla morte del pentito Fonti. Si riapre il caso della nave Cunsky

28 dicembre 2012 Commenti chiusi

E mentre non si sa che fino abbia fatto la nave Cunsky sembra siano spariti dei documenti dalla casa di Francesco Fonti (il pentito che aveva detto di aver affondato quella nave a largo di Cetraro) dopo la sua morte

 

Ombre sulla morte del pentito Fonti

La morte del capitano De Grazia avvolta dal mistero di un possibile avvelenamento, la scomparsa del pentito Fonti che presenta profili poco chiari e ora anche il caso della Cunsky che come la Jolly rosso secondo Fonti era una nave utilizzata per il traffico di rifiuti tossici. Le indagini della Dda si riaccendono attorno al caso delle navi dei veleni che sembrava chiuso ma, a quanto pare, chiuso non è.

 

Paolo Orofino su Il Quotidiano della Calabria

 

LA MORTE DEL PENTITO FONTI. Il pentito appartenuto alle cosche di San Luca è morto venti giorni fa all’età di 64 anni nella località segreta in cui si trovava in conseguenza al suo stato di collaboratore di giustizia. È morto in ospedale “per cause naturali” hanno precisato tutte le agenzie di stampa, a seguito delle sue precarie condizioni di salute. Ma dopo il ricovero qualcosa ancora non del tutto chiarito è accaduto nella sua abitazione, ubicata in un centro assistenziale dove viveva da anni riservatamente. Il figlio di Fonti quando è entrato nelle stanze del padre, all’indomani del decesso, ha avuto l’impressione che qualcuno avesse rovistato nei cassetti dell’arredo interno, notando varie carte sparse a terra. Non solo. L’altra sorpresa per il figlio del pentito è stata quella di aver trovato cambiate le chiavi della serratura della porta dell’appartamento. Serrature che sarebbero state cambiate dopo il ricovero in ospedale, verosimilmente, dopo la notizia della morte di Fonti. Dettagli che slegati sembrano non aver un significato preciso…continua a leggere sul sito de Il Quotidiano della Calabria

 

venerdì 28 dicembre 2012

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Nave dei veleni, è di nuovo mistero

28 dicembre 2012 Commenti chiusi

Come scrivevamo ieri si infittiscono i misteri sulle navi dei veleni, in particolare sul relitto ritrovato a Cetraro nel settembre 2009. “Il caso è chiuso” sentenziarono a quel tempo il ministro Prestigiacomo ed il procuratore nazionale antimafia Grasso dicendo che quella nave era il mercantile Catania affondato durante le I Guerra mondiale. In realtà i misteri si infittiscono e il “caso” non finirà mai, almeno fino a quando le “ragion di Stato” prevarranno sulla “verità”. Ora si scopre che le “carte” ufficiali che certificavano che la Cunsky era stata demolita ad Alang in India sembrerebbero false…ma in questa storia chi dice la verità?

Dopo alcune rogatorie internazionali l’India smentisce che la Cunsky sia stata demolita nel porto di Alang. Dda al lavoro per capire chi e perché ha falsificato le certificazioni

 

Roberto De Santo sul “Corriere della Calabria”

La “nave dei veleni” riemerge dall’oblio in cui era finita dopo che la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro aveva chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’indagine aperta dopo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Fonti. Il pentito, deceduto il 5 dicembre scorso, aveva raccontato di aver fatto inabissare il mercantile Cunsky al largo di Cetraro con la stiva carica di rifiuti tossici. Gli accertamenti della Procura erano, però, terminati davanti a due dati che apparivano, almeno fino a qualche giorno fa, incontrovertibili: il relitto trovato nel Tirreno cosentino appartiene al piroscafo Catania affondato da un U-boat tedesco durante la prima guerra mondiale; ma soprattutto la Cunsky era stata demolita il 23 gennaio 1992 nel porto indiano di Alang. Caso chiuso, e invece…
Succede che nelle settimane scorse giunge l’esito di alcune rogatorie internazionali. L’autorità indiana mette nero su bianco che la nave non solo non è mai stata rottamata nel porto di Alang, ma non è mai giunta sulle coste indiane. Insomma, i registri trasmessi alla Dda catanzarese erano sbagliati, forse addirittura falsificati.
Gli inquirenti calabresi sono già al lavoro. Da quanto si apprende, nel registro degli indagati sarebbero stati iscritti alcuni nomi con l’ipotesi di falso, tecnici e dirigenti della Marina mercantile che avrebbero trasmesso ai magistrati della Dda le certificazioni rivelatesi adesso fasulle.
‘Ndranghetista con il grado di “vangelo”, Francesco Fonti…(…Continua sul sito del Corriere della Calabria)

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