La bonifica? «Non necessaria». Secondo l’Arpacal nonostante gli inquinanti “non c’è pericolo”

18 aprile 2018 Commenti chiusi

Nel 2016 in commissione ambiente caso chiuso e tutto fermo, ma questo non ha fermato il Comitato De Grazia

di Valerio Panettieri su “Il Quotidiano del Sud” 17 aprile 2018

COSENZA, 17 apr. 2018  – Viste le risultanze è chiaro che bisogna parlare della bonifica di quelle zone. Cosa almeno fino ad oggi mai avvenuta, nonostante 21 milioni di euro a disposizione solamente per i lavori iniziali. Questo dovrebbe chiarire l’entitàell’inquinamento. Nel 2013 l’Ispra aveva anche specificato come tutto questo non si potesse fare con mezzi ordinari. Una operazione troppo complessa e vasta che richiederebbe mezzi speciali particolari. Cinque anni dopo di tutto questo non se ne parla neanche di striscio. L’ultima volta che la questione è entrata in una stanza istituzionale è stato nel 2016, quando il comitato civico Natale De Grazia aveva consegnato una lettera al presidente della commissione regionale Ambiente, Mimmo Bevacqua. La questione venne chiusa nella maniera peggiore possibile. “La Commissione – venne scritto nel resoconto della seduta –prende atto delle indagini dell’Arpacal che, relativamente all’inquinamento del fiume Oliva, esclude un danno diretto alla popolazione. Relativamente alla necessità di pervenire allo smaltimento dei rifiuti, dà mandato al dipartimento Ambiente di individuare un percorso per affrontare fattivamente e risolvere il problema”. Come dire: troppo tardi. La grande quantità di rifiuti, fanghi, metalli pesanti nel tempo sono state “lavate via” dal corso d’acqua, con conseguenze difficilmente interpretabili.

Questo però non ha fermato il comitato civico De Grazia che per bocca di Gianfranco Posa ha ribadito la necessità della rimozione di tutti quei rifiuti. «Purtroppo le motivazioni che hanno spinto il comitato De Grazia, in tutti questi anni, a sollecitare la bonifica – ha dichiarato Posa – trovano conferma e si rafforzano nella sentenza della Corte d’Assise di Cosenza che ha confermato il disastro ambientale compiuto nell’Oliva con conseguente inquinamento delle acque sotterrane e gravi ripercussioni sulla salute della popolazione locale. “Non vi è nessun dubbio” sostiene la Corte – fa notare il portavoce del Comitato -, circa l’interramento illecito di rifiuti pericolosi nelle profondità del bacino del fiume Oliva dovuto ad attività sistematica ed organizzata e non a sporadici abbandoni di rifiuti come qualcuno sosteneva. La stessa Corte – aggiunge – ribadisce che il fatto che nessuna opera di bonifica sia stata operata “consente di ritenere che il pericolo per la salute dei cittadini, oltre a non essere cessato, sia o possa essere anche adesso drammaticamente attuale”. Pertanto come associazione – annuncia il portavoce del De Grazia – continueremo a fare quanto possibile per ottenere la rimozione dei rifiuti presenti nel bacino del fiume Oliva, soprattutto per le aree maggiormente inquinate come Foresta e Carbonara che ricadono nell’alveo del fiume e quindi sono maggiormente soggette alla forza erosiva delle sue acque che potrebbero far risalire in superficie le sostanze inquinanti portandole verso il mare.
La Regione Calabria – Conclude Posa – in più occasioni ha dichiarato che sarebbero stati stanziati i fondi per la messa in sicurezza dell’area ma ad oggi, nonostante l’analisi del rischio –ultimo atto necessario prima della bonifica – sia stata depositata da oltre un anno, nessun intervento
è stato ancora realizzato».

I siti inquinati

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Il mistero del Cesio 137, nel 2011 l’Ispra disse “No”

18 aprile 2018 Commenti chiusi

Ma al processo gli esperti hanno confermato, Ancora troppi dubbi e misteri sul caso

di Valerio Panettieri su “Il Quotidiano del Sud” del 17 apr. 2018

COSENZA, 17 apr. 2018 – La presenza del Cesio 137 sotto terra nella briglia del fiume Oliva a pochi passi da Serra d’Aiello è certamente, tra le tante, la cosa più inquietante di questa vicenda ormai decennale.
E non è stata mai accertata al di là di ogni ragionevole dubbio. Anzi, negli anni l’Ispra ha anche derubricato quelle rilevazioni come “figlie” della radioattività di fondo di Chernobyl.
Questo radionuclide infatti è esclusivamente di origine artificiale. La sostanza che è stata ritrovata in alcuni fanghi, presumibilmente scarti industriali, e nel corso del tempo in base alle analisi fatte dagli esperti si è distribuita anche nelle zone limitrofe. Il Cesio, calcolato in Becquerel al chilogrammo, in alcune zone ha superato il valore di 93 Bq/Kg. Tutto questo distribuito in più aree: Foresta, Carbonara e Giani tra Serra D’Aiello e Aiello Calabro. Questo potrebbe aver generato un aumento delle patologie tumorali nella zona, a partire da tumori maligni del colon, retto, fegato e mammelle. Il periodo preso di riferimento sarebbe quello tra il 1992 e il 2001, quando venne registrato un eccesso statisticamente significativo di ricoveri ospedalieri per analoghe patologie rispetto a tutto il territorio regionale. E poi c’è la morte di un pescatore per neoplasie polmonari e le lesioni generate ad un altro uomo, a causa di una sarcoidosi con interessamento polmonare. I due, non residenti lì, dal 1993 avevano passato parecchie giornate in zona per pescare trote e anguille, proprio sotto la briglia in questione. Il rischio è che tutta questa fogna chimica sia passata direttamente nella catena alimentare, finendo per contaminare un’area più ampia rispetto al semplice percorso del fiume fino alla foce. Da dove arriva il cesio invece resta un mistero, vista la profondità è davvero colpa della centrale dell’ex Urss? Il sospetto è che sia il risultato di uno smaltimento illegale dei bidoni spiaggiati assieme alla motonave Jolly Rosso, anche se una verità storica non è stata mai accertata.
Certo, nel 2008 furono rilevate per la prima volta da un consulente della Procura, inizialmente suffragate dall’Ispra e infine confermate nel 2015 da un dipendente dell’agenzia per l’ambiente della Lombardia in fase dibattimentale, che ne ha individuato le cause in “residui di lavorazione industriale contaminati da sostanze certamente radioattive”.

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Il fiume Oliva affogato nei rifiuti

18 aprile 2018 Commenti chiusi

Nelle motivazioni della sentenza che ha assolto cinque imputati ribadita la contaminazione “certa” dovuta a materiale interrato

La prima pagina del quotidiano del 17 aprile

di Valerio Panettieri su “Il Quotidiano del Sud” del 17 aprile 2018

COSENZA, 17 apr. 2018 – In determinate aree del fiume Oliva, per almeno vent’anni, “senza ombra di dubbio” sono stati gettati rifiuti di ogni sorta. Da scarichi industriali a scarti di edilizia, fanghi sconosciuti dai colori innaturali (giallo, verde, azzurro), e presumibilmente sostanze radioattive di natura artificiale. Un totale di 162mila metri cubi di materiale, più o meno equivalente a quindicimila camion di grande portata a pieno carico. In poche parole, quel piccolo fiumiciattolo che attraversa le colline di Aiello e Serra d’Aiello per poi sfociare nei dintorni di Amantea, a discapito della sua oggettiva bellezza naturale, è una gigantesca discarica sotterranea. E’ stato più volte ribadito negli anni delle inchieste sulle navi dei veleni, sul traffico illecito di rifiuti della zona e a dicembre scorso certificato anche nelle motivazioni dei giudici della corte d’Assise di Cosenza. Un procedimento che ha portato all’assoluzione di cinque imputati: Cesare Coccimiglio, imprenditore della zona, Vincenzo Launi, Giuseppina Marinaro, Antonio Sicoli e Arcangelo Guzzo (per gli ultimi quattro lo stesso pm aveva chiesto l’assoluzione), ma anche ad una certezza.
Gli scarichi illegali nascosti a svariati metri di profondità sul fiume Oliva ci sono stati, lo provano analisi, carotaggi, rapporti dell’Arpacal e documenti dei consulenti utilizzati dalla Procura in fase di indagine. I pm hanno presentato ricorso in Appello.  

COSA C’E’ LI’ SOTTO – Sono sette i siti analizzati nel corso degli anni, ognuno con le sue “peculiarità”. Da sotto terra sono spuntate quantità elevatissime di metalli pesanti, a partire dal mercurio, che quasi certamente è entrato in circolo danneggiando in primis la fauna ittica. I pesci, dunque, sono stati letteralmente intossicati. E considerata l’estrema vicinanza con il mare si presume che tutto questo sia arrivato fino alla costa, allargando sensibilmente l’area di inquinamento.
In mezzo c’è il radionuclide artificiale Cesio 137, generalmente uno scarto delle centrali nucleari a fissione, che secondo diverse analisi è presente a quantità molto alte nella zona della briglia in cemento costruita per frenare il percorso dell’acqua.
L’Ispra nel 2011 aveva attribuito quella presenza al caso Chernobyl, ma nel 2015, durante il processo, un esperto dell’agenzia per l’ambiente lombarda e alcuni esperti avevano rimarcato la possibile natura artificiale di quelle emissioni. Lì sotto è stato anche ritrovato un sarcofago di cemento, strapieno di fanghi industriali. Scarti di un qualcosa ancora oggi difficilmente identificabile.
Per molti si tratterebbe della prova dei bidoni della Jolly Rosso, fatti sparire probabilmente in una vecchia cava nei giorni successivi allo spiaggiamento della nave nel 1990 a Formìciche di Amantea. E ancora: cobalto, arsenico, cromo, freon, cadmio e idrocarburi. Tutte sostanze altamente cancerogene e venefiche, concentrate e assorbite a profondità notevoli. Così tanto da aver persino toccato una falda acquifera sotterranea. Acqua che viene utilizzata per l’agricoltura (quasi tutta la zona è a vocazione agricola) e fino a qualche anno fa anche spillata da una fontana pubblica, poi chiusa.

 LE RIPERCUSSIONI –Nessuna relazione certa, premettiamo. Ma qualche domanda la Procura se l’è posta riguardo alla morte di un pescatore per patologie tumorali gravi e le lesioni generate ad un secondo uomo. I due infatti andavano a pescare in una vasca nei dintorni della briglia, così come hanno cercato di dare una spiegazione alle trote a diversi stadi di crescita che presentavano deformazioni fisiche. Inoltre c’è da fare i conti con l’incidenza tumorale nella zona, confermata da un consulente della Procura, che secondo quanto scritto presenta delle anomalie statisticamente rilevanti. L’unico punto fermo resta la presenza di quei rifiuti, il resto è puramente speculativo ma probabile. Il fiume Oliva è stato avvelenato, così le colture intorno e le popolazioni che ci vivono.

 LA BONIFICA– Il tasto dolente è che sulla bonifica iniziale della zona era stata ipotizzata una spesa di 21milioni di euro, ma di tutto questo non c’è traccia. Nella relazione dell’Ispra risalente al 2013 era scritto nero su bianco, così come l’impossibilità di “porvi efficacemente rimedio con mezzi ordinari nonostante uno stanziamento così imponente”. Rifiuti che “ancora oggi” – si legge nelle motivazioni – continuano a produrre “conseguenze altamente ed irreversibilmente dannose per cose, persone, animali”. Perché allora due anni fa in Commissione ambiente si è detto che quella bonifica non era necessaria? Ancora ci si interroga su misteri e contraddizioni.

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Valle Oliva. La Procura di Paola ricorre in appello contro la sentenza di assoluzione della Corte d’Assise di Cosenza

12 febbraio 2018 Commenti chiusi

La sentenza che ha assolto gli imputati conferma il disastro ambientale compiuto nel fiume Oliva
di Bruno Pino (Il quotidiano del Sud)

COSENZA, 11 febb. 2018 – Novità sulla vicenda giudiziaria riguardante il disastro ambientale della Valle Oliva, nel basso Tirreno Cosentino. Dopo la celebrazione del processo in Corte d’Assise, terminato a marzo 2017 con l’assoluzione ex art. 530 (comma 1 e 2) dell’imprenditore amanteano Cesare Coccimiglio e degli altri 4 coimputati, la Procura di Paola che nel corso del dibattimento aveva rappresentato la Pubblica Accusa ha inteso, qualche giorno fa, ricorrere in appello. La decisione è maturata dopo la disamina delle motivazioni della sentenza, depositata a metà dicembre scorso.

Il processo indiziario, come abbiamo visto, non è riuscito a individuare “oltre ogni ragionevole dubbio” i responsabili dei reati contestati che sono di disastro ambientale e di avvelenamento delle acque. Vedremo quali saranno gli sviluppi e quali le decisioni della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro.

Sulla questione ambientale, invece, che è l’aspetto che riguarda più da vicino le popolazioni che abitano nelle zone interessate dall’inquinamento, c’è da sottolineare che la Corte d’Assise, pur assolvendo gli imputati, ha riconosciuto che in una vasta area del bacino del fiume Oliva sussiste “una gravissima forma di inquinamento del sottosuolo e delle circostanti acque limitrofe e persino sotterranee, con particolare riferimento alle Loc. Foresta, Carbonara, Giani e di tutta una serie di aree alle stesse limitrofe”.

Il processo, dunque, ha stabilito un fatto inequivocabile. Che nella vallata, nell’arco di diversi anni, dagli anni ‘90 ad almeno il 2008, si sono registrati interramenti di materiale nocivo e cancerogeno, smaltimenti illeciti di rifiuti speciali stimati in 162 mila metri cubi: come fanghi industriali, metalli pesanti, idrocarburi, cesio 137 riscontrato a qualche metro di profondità, e altro ancora.

Se la questione giudiziaria prosegue il suo cammino, quella della bonifica ambientale – per la quale, come è stato stimato da Ispra, servono circa 21 milioni di euro – invece sembra aver smarrito la strada. La situazione dei siti inquinati ubicati nella vallata in località Foresta, Carbonara, presso galleria Cozzo Manco e Giani, ricadenti nei comuni di Aiello, Amantea, Serra d’Aiello, attende una soluzione che tarda ad arrivare. L’analisi del rischio eseguita da Arpacal, propedeutica alla bonifica o alla messa in sicurezza dei siti interessati dall’inquinamento, risale ormai a più di un anno fa, all’ottobre del 2016, e da allora non si hanno notizie su provvedimenti da parte della regione Calabria. Eppure, la salute delle persone e la salubrità dell’ambiente dovrebbero essere al primo posto nelle preoccupazioni e azioni di ogni Istituzione.

Intanto, tra le numerose parti civili nel processo svoltosi a Cosenza (il Ministero dell’Ambiente, la regione Calabria, i comuni di Amantea, Serra d’Aiello e San Pietro in Amantea, diverse associazioni ambientaliste, la Cgil di Cosenza e vari cittadini e operatori nel settore turistico), il Comitato civico di Amantea, intitolato al capitano Natale De Grazia, ha espresso, tramite il suo portavoce Gianfranco Posa, plauso alla iniziativa della procura di Paola.

«Non vi è nessun dubbio» sul disastro ambientale dell’Oliva

Purtroppo le motivazioni che hanno spinto il comitato De Grazia, in tutti questi anni, a sollecitare la bonifica ha dichiarato Posa - trovano conferma e si rafforzano nella sentenza della Corte dAssise di Cosenza che ha confermato il disastro ambientale compiuto nellOliva con conseguente inquinamento delle acque sotterrane e gravi ripercussioni sulla salute della popolazione locale. Non vi è nessun dubbio sostiene la Corte fa notare il portavoce del Comitato -, circa linterramento illecito di rifiuti pericolosi nelle profondità del bacino del fiume Oliva dovuto ad attività sistematica ed organizzata e non a sporadici abbandoni di rifiuti come qualcuno sosteneva.

La stessa Corte aggiunge – ribadisce che il fatto che nessuna opera di bonifica sia stata operata consente di ritenere che il pericolo per la salute dei cittadini, oltre a non essere cessato, sia o possa essere anche adesso drammaticamente attuale’”.

“Pertanto come associazione – annuncia il portavoce del De Grazia – continueremo a fare quanto possibile per ottenere la rimozione dei rifiuti presenti nel bacino del fiume Oliva, soprattutto per le aree maggiormente inquinate come Foresta e Carbonara che ricadono nell’alveo del fiume e quindi sono maggiormente soggette alla forza erosiva delle sue acque che potrebbero far risalire in superficie le sostanze inquinanti portandole verso il mare.

La Regione Calabria – Conclude Posa – in più occasioni ha dichiarato che sarebbero stati stanziati i fondi per la messa in sicurezza dell’area ma ad oggi, nonostante l’analisi del rischio – ultimo atto necessario prima della bonifica – sia stata depositata da oltre un anno, nessun intervento è stato ancora realizzato.”.

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La morte del Capitano De Grazia: “Si indaghi per omicidio”

15 dicembre 2017 Commenti chiusi

Rinnovato appello in occasione dell’anteprima nazionale del docufilm ‘Il veleno della mafia e la legge europea del silenzio’

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fonte: ReggioTV  
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REGGIO CALABRIA 13-12-2017  -  22 anni fa, il 12 dicembre del 1995, moriva all’età di 39 anni, il Capitano Natale De Grazia. Una morte improvvisa avvenuta dopo aver mangiato in un ristorante di Campagna (in provincia di Salerno), mentre, scortato da due carabinieri, si recava a La Spezia per rendere dichiarazioni in tribunale in merito alle indagini che da qualche tempo stava conducendo per conto del pool investigativo della Procura di Reggio Calabria relative al traffico di rifiuti tossici e radioattivi su espressa richiesta del Procuratore Capo di allora, Francesco Scuderi che fin da subito ha ritenuto essenziale, quanto preziosa, la sua collaborazione.

Una morte misteriosa. Dopo anni all’insegna della ricerca della verità e ben due autopsie ufficiali, effettuate nel 1995 e nel 1997, secondo le quali il decesso fu provocato da cause naturali, nel 2012 si ebbe la svolta grazie al lavoro istruito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e alla perizia di un consulente della stessa che individuò quale fonte del malore di De Grazia la “causa tossica” che equivale, sostanzialmente, ad un avvelenamento.
“Chi abbia operato questo, in quale contesto si sia mosso non si sa, certamente – ribadisce oggi a Rtv Nuccio Barillà del direttivo nazionale di Legambiente – viene da pensare che gli obiettivi fossero quelli di fermare l’azione di chi, più di altri, era a un passo dall’individuazione della verità”.
E nei fatti, dopo la prematura scomparsa dell’apprezzato capitano di corvetta, “punta di diamante” del pool voluto da Scuderi, le indagini sulle cosiddette “navi a perdere” subirono un duro colpo.
“Dopo la rivelazione dell’accertamento che la morte di Natale De Grazia non era per morte naturale ci saremmo aspettati una riapertura dell’indagine per omicidio. Questo non c’è stato. I magistrati di Nocera Inferiore (procura che si occupò per prima della morte del capitano di corvetta, proprio perché il decesso avvenne in quel territorio, ndr), tuttavia – ricorda ancora Barillà – hanno ritenuto non ci fossero, sulla base di quella perizia, le condizioni per riaprire le indagini. Solo che, intanto, altri documenti desecretari, altri documenti delle inchieste, altre carte si sono accumulati e ciò renderebbe doveroso, oltre che necessario, riaprire quelle indagini”.
“Scoprire chi e cosa si è mosso dietro la morte di Natale De Grazia significa non solo indagare sul caso specifico, ma andare a mettere una luce, finalmente, sui tanti misteri che riguardano i traffici internazionali di rifiuti che hanno coinvolto non solo la ‘ndrangheta, ma hanno visto protagonisti gli industriali del Nord, Governi e Servizi di diversi Stati, complicità varie – conclude Barillà – uniti dall’interesse dello sporco denaro”.
Da qui l’intento del Docufilm “Il Veleno della mafia e la legge europea del silenzio”, (produzione franco-tedesca, realizzato dal noto regista-giornalista Christian Gramstadt, con la collaborazione del giornalista italo-tedesco Sandro Mattioli e della produttrice RAI Patrizia Venditti), nella cui versione italiana, è stato in anteprima proiettato a Reggio Calabria, la città che non solo ha dato i natali a De Grazia, ma da cui sono partite proprio le indagini sulle navi dei veleni e il traffico internazionale dei rifiuti radioattivi: “accendere i riflettori su una vicenda che ha risvolti che vanno ben oltre i confini della Calabria e dell’Italia”. C’è la ferma volontà a mantenere viva la memoria su una delle vicende ancora irrisolte del nostro Paese. E la significativa partecipazione di gente, a gremire la sala del Cine-Teatro Metropolitano del Dopolavoro ferroviario, non solo è la conferma di come le questioni ambientali siano particolarmente sentite da queste parti, ma vuole essere anche uno stimolo a istituzioni e a magistratura affinché vadano fino in fondo, lungo la strada già tracciata dal Comandante Natale De Grazia.

Francesco Chindemi
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Reggio ricorda Natale De Grazia a 22 anni dalla sua scomparsa

15 dicembre 2017 Commenti chiusi

Durante l’incontro sarà proiettato in anteprima nazionale il docufilm Il veleno della mafia e la legge europea del silenzio, un’inchiesta sul traffico di rifiuti a livello europeo.

Reggio Calabria, 12 dicembre 2017 – Un’iniziativa dedicata a Natale De Grazia – il giovane Capitano di Marina reggino, morto per accertata “causa tossica” mentre indagava sulle navi dei veleni e l’intrigo radioattivo -organizzata da Legambiente Reggio Calabria, insieme al Comitato Civico Natale De Grazia e l’adesione di varie Associazioni per l’ambiente e la legalità. L’iniziativa si svolgerà presso il Cineteatro Metropolitano del Dopolavoro Ferroviario di Reggio Calabria (accanto a Piazza Garibaldi –Stazione Centrale)  Martedì 12 dicembre ore 17.30.
Il programma prevede la proiezione, in anteprima nazionale, della versione in lingua italiana del docufilm “Il veleno della mafia e la legge europea del silenzio
Prodotto dal principale network televisivo franco-tedesco e realizzato dal noto regista-giornalista Christian Gramstadt, con la collaborazione del giornalista italo-tedesco Sandro Mattioli e della produttrice RAI Patrizia Venditti, già andato in onda sulla tv francese Arte martedì 24 ottobre (con ottimo share e recensioni approfondite, tra gli altri, su Le Monde e Le Figaro) e programmato per gennaio 2018 dal primo canale radiotelevisivo tedesco RD.

Con alcuni degli intervistati e ospiti presenti all’iniziativa, si farà il punto dopo la proiezione del film, nel corso di un breve dibattito, sulla situazione attuale e sull’impegno per il futuro.

Nicoletta Palladino (Presidente Circolo Legambiente Reggio Calabria)
Gianfranco Posa (Presidente Comitato Civico Natale De Grazia)
Nuccio Barillà (Direttivo Nazionale Legambiente)

IL FILM

Il film documentario d’inchiesta – realizzato nel corso di diversi mesi (tra il 2016 e il 2017) e dedicato a Natale De Grazia e a tutti coloro che lottano contro i traffici di veleni – si occupa della problematica delle ecomafie con particolare riferimento al traffico illegale dei rifiuti (con focus su quelli radioattivi) che ha visto protagonista di primo piano la ‘ndrangheta calabrese, ma ha beneficiato anche dell’impreparazione e sottovalutazione a livello europeo, come emerge dalle vicende narrate e dalle interviste.

Èun’inchiesta in cui, oltre ad analizzare i vari aspetti del fenomeno, vengono raccontate vicende emblematiche, con riferimento alla Calabria e all’Europa. Da Crotone ad Amantea e la valle dell’Oliva, da San Luca ad Africo, da Casignana al porto di Gioia Tauro, con incursioni nelle città del litorale e nel cuore dell’Aspromonte,s imbolo di “una terra molto bella ma impoverita dalla ndrangheta”. Tra le tappe anche la Liguria colonizzata dai calabresi, la Francia (da Marsiglia fino al cuore economico della multinazionale Veolia), infine la Germania (apparente luogo di rigore legale ma che presenta caratteristiche di “covo protetto per il riciclaggio di denaro, luogo idilliaco per gli investimenti poco puliti”).

Nel docufilm sono state raccolte testimonianzedigiornalisti,ambientalisti,magistrati (Da Cafiero De Raho a Gratteri,da Lombardo a D’Alessio,da Di Palma a Neri),pubblici funzionari (come i responsabili della gendarmeria francese e della polizia tedesca),operatori e osservatori del settore e,soprattutto,cittadini di territori “avvelenati”.

 

IL VELENO DELLA MAFIA e la legge europea del silenzio
Documentario di Christian Gramstadt in collaborazione con Sandro Mattioli
Commissionato da Radio Bremen e prodotto da Caligari film e TV Produktions GmbH in collaborazione con ARTE
Coordinamento e consulenza: Patrizia Venditti
Consulenza: Fabrice Rizzoli, Nuccio Barillà
Riprese: Francesca Sicoli, Ted Arg, Manuel Chiarello, Antonello Sarao, Enrico Montagna, Michael Magerer
Montaggio: Wolfgang Grimmeisen
Musica: Kolja Erdmann
Missaggio: Michael Mitschka
Voce narrante: Domenico Strati
Redazione: Thomas von Bötticher (Radio Bremen),Mechtild Lehning (Radio Bremen)
Produttori: Gabriele M. Walther, Friedrich Steinhardt

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La storia del capitano Natale De Grazia a settembre su RaiUno

31 agosto 2017 Commenti chiusi

Parte il 4 settembre “Nel nome del popolo italiano”. In seconda serata su Raiuno quattro storie per non dimenticare eroi nazionali: il capitano Natale De Grazia, il giudice Vittorio Occorsio, Piersanti Mattarella e Marco Biagi.

fonte Ansa.it

Quattro uomini di Stato, quattro storie di vita e sacrificio per la difesa della democrazia, della legalità e di un ideale di integrità. “Nel nome del popolo italiano” racconta attraverso 4 docufilm da 60 minuti, per quattro serate consecutive a settembre su Rai1, le vicende di quattro eroi nazionali. Il giudice Vittorio Occorsio, ucciso per mano di Ordine Nuovo nel 1976; il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, ammazzato dalla mafia nel 1980 (fratello del capo dello stato Sergio); il professor Marco Biagi, freddato dalle Nuove Brigate Rosse nel 2002; il capitano di fregata Natale De Grazia (avvelenato nel 1995  dopo aver mangiato in un ristorante). In onda il 4, 5, 6 e 7 settembre, in seconda serata su Rai1, i documentari raccontano storie di ieri che sono un messaggio anche per l’oggi, soprattutto per le nuove generazioni. Accompagnano il telespettatore nel racconto Gian Marco Tognazzi (per il docu-film ‘Vittorio Occorsio’), Dario Aita (protagonista di quello su Piersanti Mattarella), Massimo Poggio (per Marco Biagi) e Lorenzo Richelmy (per Natale De Grazia).

Quattro ritratti scritti e diretti con un linguaggio originale per un progetto che ha una declinazione televisiva e crossmediale. Quattro detection giornalistico-narrative che prevedono anche interviste con testimoni diretti e parenti delle vittime, coniugando il linguaggio classico del documentario a quello appassionante e contemporaneo della narrazione drammaturgica, la riflessione giornalistica allo spunto romanzesco. Diretti dai registi Gianfranco Pannone (Vittorio Occorsio), Maurizio Sciarra (Piersanti Mattarella), Gianfranco Giagni (Marco Biagi) e Wilma Labate (Natale De Grazia), i quattro film puntano a restituire al pubblico lo sfondo storico, culturale e sociale in cui i quattro personaggi hanno vissuto e operato andando incontro al loro destino, nel ventennio che va dalla fine degli anni ’80 ai primi anni del 2000. Il direttore di Rai1 Andrea Fabiano fa notare che “la formula editoriale scelta è innovativa, così come sarà innovativa la programmazione, perché i quattro docufilm andranno in onda nella seconda serata di Rai1 per quattro giorni consecutivi”. “Abbiamo cercato quattro personaggi diversi tra loro – spiega Gloria Giorgianni che produce la serie con la sua Anele e con Rai Cinema e Rai Com -, ognuno rappresenta anche un tema attuale: Occorsio quello della giustizia, Mattarella quello della lotta alla mafia, Biagi quello del lavoro e De Grazia quello dell’ambiente. La cornice è quella della questione meridionale, che è centrale per raccontare il Paese nella sua interezza.
Coltivare la memoria poi non è solo un discorso conservativo, ma serve anche per proiettarsi verso il futuro”.
Tra le testimonianze dei familiari, per Piersanti Mattarella, spiegano gli ideatori del progetto, “non si è si voluto disturbare il Capo dello Stato: abbiamo ascoltato i tre nipoti Giorgio, Andrea e Piersanti che ci hanno raccontato cose interessanti sul nonno”. Del giudice Vittorio Occorsio sono stati intervistati i figli Eugenio e Susanna Occorsio e il nipote che porta il nome del nonno. “Abbiamo sposato questo progetto – ha aggiunto Fabiano – perché crediamo che occorra dare continuità e sistematicità all’impegno del servizio pubblico per la legalità e la lotta alla criminalità. Che non possano bastare eventi straordinari, pure di grandissimo valore, come quello andato in onda in occasione dell’anniversario della strage di Capaci o come quello della fiction su Borsellino che andrà in onda la prossima settimana”. E infatti ‘Nel nome del popolo italiano’ potrebbe non limitarsi a questo primo ciclo.

 

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Inquinamento fiume Oliva, il caso in Parlamento europeo. Chiesta l’istituzione di un Fondo per la bonifica

15 marzo 2017 Commenti chiusi

La richiesta avanzata dal Comitato De Grazia invitato a Bruxelles per partecipare ai lavori di implementazione della Direttiva sul danno ambientale 

Intervento Comitato De Grazia dal minuto 1:21:20

Bruxelles, 8 marzo 2017 - L’istituzione di un Fondo europeo a cui accedere per riparare i disastri ambientali quando non è possibile individuarne i responsabili. E’ la richiesta avanzata dal comitato De Grazia alla Comunità europea, durante il workshop sulla “responsabilità ambientale” tenutosi oggi a Bruxelles e al quale il comitato calabrese è stato invitato a partecipare. Il workshop è propedeutico all’implementazione della direttiva europea 2004/35/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 aprile 2004, sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale.  All’incontro, organizzato dai parlamentari europei Laura Ferrara e Benedek Jávor – ed al quale hanno partecipato tra gli altri Massimo Fundarò di medici per l’ambiente, Rodolfo Ambrosio per Legambiente e Paolo Parentela parlamentare del M5S – il rappresentante del comitato De Grazia, Danilo Amendola, su delega del presidente Gianfranco Posa, ha presentato un documento sul disastro ambientale del fiume Oliva, ove risultano ancora interrati da 120 a 160 mila metri cubi di rifiuti di varia natura, anche industriali, per i quali non si conoscono ancora tempi e modi di messa in sicurezza o bonifica. Soprattutto dopo che il processo in Corte d’Assise a Cosenza, si è chiuso con l’assoluzione di tutti gli imputati, poiché secondo la Corte giudicante non è stato possibile dimostrare la loro responsabilità. Resterebbe quindi, in capo alla collettività l’onere di sostenere le spese per il risanamento della valle. «La vicenda dell’inquinamento della Valle dell’Oliva – scrive nella propria relazione il comitato – rappresenta un esempio di come, nei casi di inquinamento appurati, sia necessario trovare gli strumenti più efficaci per ottenere in tempi rapidi la bonifica dei luoghi. A tal proposito da parte delle istituzioni europee è indispensabile migliorare la direttiva sulla responsabilità ambientale al fine di garantire il ripristino dei luoghi inquinati tempestivamente».

Danilo Amendola, attivista del comitato De Grazia

La direttiva – oltre a contemplare l’obbligo per le autorità ambientali nazionali a procedere alla messa in sicurezza dal punto di vista igienico-sanitario e ambientale, nonché alla bonifica dei siti inquinati nel rispetto del principio di precauzione, di cui all’articolo 191 del Trattato dell’Unione Europea; ed il rispetto della Convezione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale (Convenzione di Arhus) -, dovrebbe altresì prevedere, ed è questa la proposta più interessante del comitato, l’istituzione di un Fondo Europeo, attraverso l’imposizione di un tributo sul volume di affari delle attività industriali con produzioni ad elevato rischio di inquinamento. A tale fondo, le istituzioni dei Paesi membri (Ministero, Regioni, Comuni) dovrebbero poter accedere per il ripristino dei territori inquinati nel momento in cui non sia possibile applicare il principio “chi inquina paga”. L’obbiettivo dovrebbe essere quello di alimentare il fondo in modo premiale per quegli operatori economici che dimostrino di essere all’avanguardia nelle attività di tutela dell’ambiente e di prevenzione del rischio ambientale, questo andrebbe fatto tenendo in considerazione la condotta degli operatori nel tempo. Ad esempio, il ritrovamento di rifiuti illecitamente smaltiti, riconducibili ad un operatore, sarebbe un possibile indice per quantificare il coefficiente di rischio di un certo settore o di uno specifico operatore.

Infine, i rappresentanti del comitato credono che sia indispensabile pretendere dalle istituzioni dei Paesi membri della UE un maggior controllo sulle attività industriali potenzialmente inquinanti, nonché sul trasporto, il tracciamento e lo smaltimento dei rifiuti.
Comitato Civico Natale De Grazia

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Processo Oliva. Assolti tutti gli imputati “per non aver commesso il fatto”

15 marzo 2017 Commenti chiusi

La Corte d’assise di Cosenza ritiene che non sia stato dimostrato, durante il processo, la piena responsabilità dell’imprenditore Coccimiglio e dei proprietari dei terreni per il disastro ambientale del fiume Oliva.

di Bruno Pino

Cosenza, 6 marzo 2017 – Cesare Coccimiglio, imprenditore di Amantea accusato di disastro ambientale e avvelenamento delle acque, insieme agli altri 4 coimputati proprietari dei terreni risultati inquinati. ovvero Vincenzo Launi, Giuseppina Marinaro, Antonio Sicoli e Arcangelo Guzzo, ieri mattina, al termine del processo Valle Oliva, sono stati assolti dalla Corte d’Assise di Cosenza, per non aver commesso il fatto.

Dopo una camera di consiglio durata poco più di un’ora, la Corte presieduta da Giovanni Garofalo (a latere De Vuono) ha dunque assolto tutti gli imputati del procedimento penale iniziato nell’aprile del 2013, ai sensi dell’articolo 530, commi 1 e 2, del Codice di procedura penale. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni. Solo in seguito, una volta lette le motivazioni che hanno determinato l’assoluzione – così ha fatto sapere il Pubblico ministero della Procura di Paola, Maria Francesca Cerchiara, che ha preso le redini del processo solo dallo scorso ottobre – si valuterà un eventuale ricorso. La pm Cerchiara – che ha dovuto studiarsi la documentazione prodotta nel corso delle indagini, e quella prodotta in fase dibattimentale – aveva chiesto 16 anni e mezzo per Coccimiglio e l’assoluzione per i coimputati Launi, Marinaro, Sicoli e Guzzo. Nella sua requisitoria, la pm aveva detto chiaramente che si trattava di un processo indiziario, perché l’imputato principale non è stato mai trovato ‘con la pistola fumante’, sebbene quanto avvenuto non poteva non ricondursi all’azione del Coccimiglio. Accuse che l’avvocato Nicola Carratelli aveva contestato sostenendo l’inesistenza di alcun nesso di causa tra l’inquinamento del fiume Olivo e l’attività imprenditoriale del suo assistito.
Ieri mattina, in aula, delle parti civili costituitesi in giudizio (Verdi, WWF, Legambiente, Anpana, Ministero dell’Ambiente, Regione Calabria, comuni di Amantea, Serra d’Aiello, San Pietro in Amantea, e altre parti civili), c’era il portavoce del Comitato Natale De Grazia di Amantea. «Attendiamo di leggere le motivazioni – ha dichiarato Gianfranco Posa -, ma per chi ha seguito tutte le fasi del processo, come noi, la sentenza di assoluzione non ci sorprende poiché, nonostante durante il dibattimento sia stato ampiamente dimostrato il disastro ambientale perpetrato nell’Oliva, non è stato dimostrato con certezza la responsabilità degli imputati, almeno nel processo di primo grado. Resta la necessità di rimuovere e mettere in sicurezza l’area inquinata, con il rammarico che a pagarne le spese sarà la comunità non essendo stato individuato un responsabile. A tal proposito – ha aggiunto il rappresentante del Comitato civico intitolato al capitano Natale De Grazia -, nei prossimi giorni saremo a Bruxelles per chiedere alla comunità Europea la costituzione di un Fondo europeo al quale le comunità locali possano attingere nel caso sia impossibile individuare i responsabili dei disastri ambientali».
Se da una parte si conclude, almeno per ora, l’aspetto giudiziario, dopo una ventina e passa udienze e le tante testimonianze di accusa e difesa, la preoccupazione dei cittadini del comprensorio amanteano, è la bonifica dei siti interessati dall’interramento di rifiuti tossici pericolosi per la salute, stimati in circa 160 mila metri cubi. L’analisi del rischio è stata completata pochi mesi fa dall’Arpacal, e anche se più rassicuranti, le condizioni ambientali sono pur sempre critiche. Ora toccherà alla Regione Calabria prendere in esame le risultanze scientifiche e quindi procedere con gli interventi necessari.

 

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Processo Oliva. Nessuna responsabilità degli imputati secondo la difesa

15 marzo 2017 Commenti chiusi

Chiesta l’assoluzione con formula piena per Coccimiglio e gli altri 4 imputati

di Bruno Pino

Cosenza, 31 gen. 2017  – Non c’è evidenza, nessun nesso di causa tra l’inquinamento riscontrato nella vallata dell’Olivo e l’attività imprenditoriale del principale imputato Cesare Coccimiglio, accusato di disastro ambientale e avvelenamento delle acque. Né prove di responsabilità degli altri 4 coimputati proprietari dei terreni avvelenati.

Sono le conclusioni dei legali delle difesa che ieri mattina hanno tenuto le arringhe davanti alla Corte d’Assise a Cosenza dove il processo Valle Oliva si sta celebrando da luglio 2013, oramai alle battute finali. Si arriverà a sentenza il 6 marzo prossimo quando è stata fissata la Camera di Consiglio. I giudici dovranno valutare, accogliendo o respingendo, quanto richiesto dalla Procura di Paola, rappresentata dalla pm Maria Francesca Cerchiara, da ottobre scorso titolare dell’accusa, che nella requisitoria del 16 gennaio scorso aveva chiesto 16 anni e mezzo per l’imprenditore di Amantea e l’assoluzione con formula dubitativa per i coimputati Launi, Marinaro, Sicoli e Guzzo. gennaio gen
Nell’udienza di ieri, ognuno degli avvocati presenti – Filice, Staiano, Osso e Carratelli – ha sottoposto all’esame della Corte presieduta da Giovanni Garofalo (a latere De Vuono) e ai giudici popolari, le ragioni dei propri assistiti e chiesto l’assoluzione degli stessi con la formula più ampia.
L’attesa arringa di Carratelli, che ha parlato per un’ora e un quarto, aveva l’intento di “sgretolare” l’impianto accusatorio contro il suo assistito. Nel suo intervento, ha citato la sentenza del tribunale del Riesame che aveva annullato, nel 2011, il provvedimento di arresto di Coccimiglio. I giudici del riesame avevano evidenziato che dopo anni di investigazioni non si è mai riusciti ad accertare illeciti da parte dell’imprenditore. È questa, per il legale, la vera chiave di lettura del processo. E non c’è nessun dato che fa diventare l’indizio, con assoluta certezza, una prova. L’ipotesi accusatoria del “chi se non lui”, ossia il Coccimiglio, definito dominus del feudo Oliva, non regge. Mai, come hanno sostenuto i testimoni della difesa, quali il comandante dei Carabinieri della stazione di Aiello Calabro, su nessun camion della ditta amanteana è stato eseguito un accertamento diretto che abbia riscontrato attività illecite. Nella Vallata dell’Oliva, peraltro, non ha lavorato soltanto Coccimiglio. Anzi, secondo quanto riferito dal principale accusato nel corso delle sue deposizioni, così ha riferito Carratelli, c’erano altre imprese dotate di mezzi e uomini che avrebbero potuto interrare i veleni nel sottosuolo, durante gli anni in cui si è consumata la violazione della valle. Una valle, ha tuonato ancora il legale, trasformata in pattumiera (è il caso della discarica di Carbonara) anche dai comuni che si sono costituiti parte civile (Amantea, Serra d’Aiello, e San Pietro in Amantea, ndc), “per lavarsi la coscienza”.
Per le conclusioni, il legale si è inoltre soffermato sulla relazione Ispra acquisita agli atti processuali nell’udienza del settembre 2015 che sminuisce quanto riportato nel capo di imputazione. Nel documento dell’istituto del Ministero dell’Ambiente, ministero peraltro anche esso parte civile nel processo, non ci sarebbero livelli di inquinamento oltre i limiti di legge. Insomma, è stato, ha detto Carratelli, un “processo gonfiatissimo” in cui quello che viene fuori è solo la certezza dell’innocenza dell’imputato.
Vedremo come andrà a finire, anche se l’esito, secondo i più, molto verosimilmente, sarà di assoluzione. Restano, senza sapere chi li ha messi lì, i materiali nocivi interrati, da fine anni ‘80 ad almeno il 2008, stimati in circa 160 mila mc.
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